Tutelare i diritti, ad ogni latitudine, di ogni componente sociale, specie le più fragili è la precondizione per accelerare i processi evolutivi in atto e contrastare in maniera risolutiva la piaga dell’AIDS.
È questo il messaggio chiave contenuto nel rapporto messo a punto e prodotto da UNAIDS (il programma delle Nazioni Unite nato nel 1996 per attivare e coordinare tutte le azioni di contrasto al fenomeno) in occasione della giornata mondiale di lotta e sensibilizzazione contro l’AIDS e l’HIV.
I numeri
UNAIDS ha scelto per il 2024 lo slogan “Take the rights path”, che si declina naturalmente anche in “prendi la strada dei diritti”. Nella sintesi del documento prodotto dall’ONU, si ricorda che dei 39,9 milioni di persone che vivono con l’HIV, 9,3 milioni di persone non hanno ancora accesso a cure salvavita.
L’anno scorso, 630.000 persone sono morte per malattie correlate all’AIDS e 1,3 milioni di persone in tutto il mondo hanno contratto l’HIV.
In almeno 28 Paesi, il numero di nuove infezioni da HIV è in aumento. Per rallentare la traiettoria della pandemia, è fondamentale che i programmi salvavita possano essere raggiunti senza paura da tutti coloro che ne hanno bisogno.
I farmaci esistenti
Per chi, dopo avere contratto il virus dell’HIV, inizia la fase della malattia vera e propria (AIDS, sindrome da immunodeficienza acquisita), oggi esistono farmaci antiretrovirali efficaci e ben tollerati, che prevedono la somministrazione di una sola compressa al giorno.
Nell’ultimo anno si sono resi disponibili farmaci long-acting, la cui concentrazione plasmatica rimane stabile nel tempo, tanto da consentire la somministrazione intramuscolare ogni 2 mesi, con un potenziale molto elevato di riduzione dello stigma e di migliorare la qualità di vita.
Rimangono deludenti, invece, i risultati degli sforzi volti a ottenere un vaccino per la prevenzione dell’infezione da HIV; mentre grandi sono invece i successi ottenuti con la profilassi pre-esposizione (PReP) delle persone ad alto rischio di contrarre l’infezione da HIV.
Per proteggere la salute di tutti, dobbiamo proteggere i diritti di tutti
“Nonostante gli enormi progressi compiuti nella risposta all’HIV, le violazioni dei diritti umani impediscono ancora al mondo di porre fine all’AIDS” sostiene, in chiave più politica, il documento UNAIDS.
Che, andando nel dettaglio della situazione attuale, aggiunge: “Quando alle ragazze viene negata l’istruzione, quando c’è impunità per la violenza di genere, quando le persone possono essere arrestate per quello che sono o per quello che amano, quando una visita ai servizi sanitari è pericolosa per le persone a causa della comunità da cui provengono, il risultato è che alle persone viene impedito di accedere ai servizi per l’HIV che sono essenziali per salvare le loro vite e porre fine alla pandemia di AIDS”.
I progressi sostanziali compiuti nella risposta all’HIV – quindi – sono direttamente collegati anche quelli che si conseguono nella protezione dei diritti umani. E, per converso, i progressi compiuti nella lotta all’HIV possono dare benefici molto più ampi nella realizzazione del diritto alla salute e nel rafforzamento dei sistemi sanitari.
Pregiudizi resistenti
In occasione della giornata mondiale della lotta contro l’HIV e l’AIDS, vale pure la pena ricordare che il virus e la malattia che hanno mietuto 40 milioni di morti da quando sono ufficialmente apparsi sul pianeta non si trasmettono con la saliva, le lacrime, il sudore, le urine o le punture di zanzare.
Non si contraggono condividendo le stesse stoviglie, bagni, palestre, piscine e altri luoghi di convivenza. Né con baci, carezze o rapporti occasionali protetti.
L’infezione da HIV si trasmette per via sessuale (rapporti vaginali, anali, oro-genitali e contatto diretto tra genitali in presenza di secrezioni, non protetti da preservativo), esponendosi a sangue infetto (scambio di siringhe, scambio di sangue in eventuale contatto diretto tra ferite profonde, aperte e sanguinanti), per trasmissione verticale (da madre sieropositiva a figlio durante la gravidanza, il parto o l’allattamento al seno).
Mettendo la lotta all’AIDS tra i focus della lotta per i diritti umani, impegnando governi e comunità sul tema, secondo UNAIDS, si può davvero ridimensionare la minaccia che essa rappresenta, sotto varie forme, per la salute pubblica globale entro il 2030.
Le situazioni locali, però, varieranno molto da continente a continente, da Paese a Paese.
Con l’Africa che rappresenta il territorio in cui la presenza dell’AIDS e la sua eradicazione rappresentano una sfida che è collegata direttamente a molti altri fattori. Quello economico, ovviamente, in primo piano, ma entrando poi in gioco anche variabili sociali, culturali, legate anche alle situazioni di sfruttamento e discriminazione che colpiscono in tutto il continente in misura più forte e diretta le donne.
HIV in Africa e Kenya: la crisi rimane
Alla fine del 2020, dei 37,7 milioni di persone al mondo affette da HIV, oltre due terzi (25,4 milioni) vivevano in Africa.
Nel continente, e il Kenya non fa eccezione, l’HIV colpisce prevalentemente donne e bambine. Le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale hanno 1,5 volte di probabilità in più di contrarre l’HIV rispetto alle donne che non hanno subito tale violenza.
Nell’Africa sub-sahariana, sei su sette infezioni da HIV riguardano le ragazze comprese fra i 15 e 19 anni, mentre le giovani donne tra i 19 e i 24 hanno il doppio delle probabilità di contrarre l’HIV rispetto agli uomini.
Sempre parlando di HIV in Africa, le donne e le ragazze hanno rappresentato il 63% di tutte le nuove infezioni lo scorso anno.
Nei 35 Paesi africani con la più alta diffusione di infezioni, l’aspettativa di vita media è di 48.3 anni – 6.5 anni in meno di quanto sarebbe in assenza di HIV e AIDS. Negli 11 Paesi dove la diffusione del virus è al di sopra del 13%, l’aspettativa di vita è 47.7 anni – 11.0 anni in meno di quanto sarebbe senza le infezioni.
In assenza di dieta appropriata, sanità di base e medicine (in primo luogo i farmaci anti-retrovirali che sono disponibili nei paesi industrializzati), molte persone portatrici del virus dell’HIV in Africa contrarranno l’AIDS.
La tendenza ad affrontare il problema con la profilassi pre-esposizione è una realtà in Kenya, poiché le persone HIV negative cominciano a ricevere ART (farmaci anti-retrovirali) per prevenire qualsiasi futura infezione da HIV.
Questa opzione viene offerta alle persone che appartengono a gruppi ad alto rischio di infezione da HIV.
In Kenya circa 1,4 milioni di persone sono affette da HIV o da Aids, ma con una progressione decisamente calante delle infezioni negli ultimi venti anni (al 3,7% nel 2023 secondo i dati UNAIDS).
Gli Stati Uniti sono il principale finanziatore straniero nella lotta all’HIV e all’AIDS nel paese dell’Africa orientale e i finanziamenti hanno contribuito ad avvicinarlo al raggiungimento degli obiettivi delle Nazioni Unite per il 2025 in materia di lotta all’HIV/AIDS.

Gli obiettivi 95-95-95 di UNAIDS mirano a far sì in primo luogo, che il 95% delle persone affette dal virus sia consapevole del proprio stato.
Secondo punto: garantire al 95% di coloro che hanno ricevuto la diagnosi un trattamento antiretrovirale.
Terzo punto, conseguente: il 95% dovrebbe fare registrare una soppressione virale.
Alice for Children aiuta le famiglie e le donne a Nairobi
In tema di terapie antiretrovirali, Alice for Children, nel contesto del programma Alice for Health, fornisce assistenza sanitaria a centinaia di bambini e famiglie che vivono in alcune delle baraccopoli di Nairobi adiacenti alla discarica di Dandora.

All’interno di questo programma a difesa del diritto alla salute, si inserisce anche un’attenzione particolare per i trattamenti necessari per mantenere sotto controllo le infezioni particolarmente gravi, come HIV ed anemia falciforme.
Il supporto alle famiglie che hanno un componente malato finisce per fare la differenza nel destino di quel nucleo familiare e dei bambini che ne sono parte.
© Immagine – unaids-ap.org









