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La poetica canora Maasai: mucche, pace e smartphone nella savana

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Viva la nuova canzone popolare Maasai. “Cantano soprattutto di mucche… e di pace”. Il titolo del Guardian, They sing mostly about cows … and peace: how social media is driving a Maasai music revival, racconta bene la forza semplice e profondissima di una nuova scena musicale che sta crescendo tra le comunità Maa del Kenya, in particolare Maasai e Samburu (https://www.youtube.com/@kamurarmaasai1385)

 Non è folclore da cartolina: è una rinascita culturale che passa da TikTok, YouTube, studi mobili, basi digitali e telefoni cellulari portati nei villaggi, nelle manyatta, nelle feste e nei paesaggi della savana.

Video musical Maasai di Kamurar

I talenti della Savana tornano alle radici

Tra i protagonisti citati dal Guardian ci sono Julius Kesier, in arte Kamurar Maasai, il cantante Ng’otiek Nelson, Jeyster Aindera, conosciuto come Jeyster Music, Nkaiwuatei Superpower, il samburu Jalven Brave, oltre a produttori come Shen Vibes e Emmanuel Oduor, detto LakeMan. Sono artisti che provano a tenere insieme due mondi: la tradizione pastorale, fondata sul bestiame, sulla mobilità, sui riti comunitari, e la modernità dei beat, dei video con droni, delle piattaforme social.

Bestiame innanzi tutto

Il cuore poetico resta il bestiame. Nella cultura Maasai le mucche non sono solo ricchezza materiale: sono genealogia, identità, spiritualità, misura del legame con la terra e con la comunità. Come ricorda anche Google Arts & Culture, il bestiame è percepito come dono divino, fonte di nutrimento, status e appartenenza. Per questo una canzone sulle mucche non è mai soltanto una canzone “agricola”: è un canto sull’origine, sulla dignità, sul ritorno a casa.

Ma questa nuova musica parla anche di pace. Molti brani, racconta il Guardian, promuovono unità e denunciano conflitti intercomunitari, banditismo e violenze legate al furto di bestiame. In questo senso i cantautori della savana diventano anche mediatori sociali: trasformano la memoria orale in pedagogia pubblica, usano la musica per rafforzare identità senza alimentare chiusure.

La letteratura

Del resto una “letteratura Maasai” esiste da molto prima dei social. È prima di tutto letteratura orale: miti, proverbi, indovinelli, canti rituali, racconti eroici. Il volume Oral Literature of the Maasai di Naomi Kipury raccoglie proprio questa ricchezza, mostrando come immagini, proverbi e canzoni nascano da una vita intimamente legata agli animali e all’ambiente. Poi c’è la letteratura scritta, con Henry R. ole Kulet, autore di romanzi come To Become a Man, Daughter of Maa, Moran No More e Blossoms of the Savannah, centrati sul rapporto tra cultura Maasai, modernità, educazione e trasformazione sociale.

La novità, oggi, è che questa poetica non resta confinata nella memoria degli anziani o negli studi antropologici. Diventa videoclip, sfida su TikTok, archivio digitale, orgoglio giovanile. Le mucche, la pace, la terra, la bellezza dei gioielli e delle danze entrano nel linguaggio globale dei social. E la savana, invece di essere raccontata dagli altri, comincia a raccontarsi da sola.

Una firma semplice.

Che però semplice non è.

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