Che la sicurezza alimentare in Kenya sia un tema critico, lo raccontano due notizie di attualità. Da una parte, in primo piano, c’è la decisione recentissima del governo di Nairobi di contrarre un debito – che il ministro delle finanze Mbadi spera a condizioni vantaggiose – per provare a risolvere il problema.

Ma la soluzione finanziaria, il miglioramento delle risorse e dell’impegno teso a produrre più cibo e meglio distribuirlo, non può prescindere dall’affrontare il problema degli sprechi. Uno studio molto dettagliato di WRI sul tema registra come la questione della perdita e dello spreco alimentare sia da affrontare in maniera particolarmente urgente in Kenya.
Primo non sprecare, anche il Kenya deve cambiare
Nonostante il paese produca una quantità significativa di cibo, fino al 40% di esso viene perso o sprecato ogni anno, per un valore stimato di 72 miliardi di scellini kenioti (circa 578 milioni di dollari). Questo fenomeno si verifica in un contesto in cui un quarto della popolazione vive in condizioni di grave insicurezza alimentare. La perdita di cibo non solo rappresenta uno spreco di risorse preziose come terra, acqua, energia e lavoro, ma contribuisce anche al cambiamento climatico, generando il 21% delle emissioni di gas serra del paese.

È importante distinguere tra perdita e spreco alimentare. La perdita avviene nelle fasi iniziali della catena di approvvigionamento, come nelle fattorie o durante il trasporto e lo stoccaggio. Lo spreco, invece, si verifica nelle fasi finali, nei supermercati, nei ristoranti e nelle abitazioni.
Il Kenya ha aderito a impegni internazionali come la Dichiarazione di Malabo del 2014 (ora sostituita dalla Dichiarazione di Kampala 2025) e all’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 12.3, che mirano a dimezzare la perdita e lo spreco alimentare entro il 2030 e il 2035. Tuttavia, i progressi sono stati lenti, ostacolati da una carenza di dati, da una debole coordinazione tra gli attori coinvolti e da finanziamenti insufficienti.
Mais, patate, frutta e pesce secondo WRI
Un recente rapporto del World Resources Institute (WRI) analizza in profondità le catene del valore di prodotti fondamentali per il Kenya: mais, patate, frutta fresca (mango, banana, avocado) e pesce. Questi alimenti sono stati scelti per la loro rilevanza nutrizionale, economica e culturale. Le perdite variano notevolmente: dal 20 al 36% per il mais, dal 19 al 22% per le patate, dal 17 al 56% per il mango, dal 15 al 35% per l’avocado, dal 7 all’11% per la banana e dal 15 al 34% per il pesce. Le differenze sono dovute alla complessità delle filiere e alla mancanza di studi che traccino lo spreco fino alla fine della catena.

I punti critici variano a seconda del prodotto: per le patate, la frutta e il pesce si concentrano nella raccolta, nella vendita al dettaglio e all’ingrosso; per il mais, nell’essiccazione e nello stoccaggio; per il pesce, nella lavorazione. Le cause principali includono tecniche di raccolta inefficienti, trasporto e imballaggio poco delicati, stoccaggio inadeguato e metodi di lavorazione obsoleti.
Le soluzioni tech a portata di mano
Esistono però tecnologie e innovazioni che possono ridurre significativamente la perdita e lo spreco alimentare. Tra queste, strumenti di raccolta migliorati, attrezzature da pesca adeguate, tecnologie di essiccazione, trappole per insetti, sistemi di stoccaggio avanzati, catene del freddo e centri di lavorazione decentralizzati.
Anche le innovazioni nei processi, come l’aggregazione, i contratti agricoli e i sistemi di tracciabilità, possono migliorare l’efficienza e collegare meglio gli agricoltori ai mercati. Tuttavia, l’adozione di queste soluzioni richiede formazione adeguata. I metodi tradizionali sono radicati e spesso gli agricoltori sono riluttanti al cambiamento.
Alcune soluzioni, come i sacchi ermetici, sono efficaci ma costose, mentre le catene del freddo non si adattano facilmente ai piccoli produttori. Anche le iniziative di trasformazione alimentare su piccola scala faticano a sostenersi commercialmente a causa dei costi elevati di marketing e della portata limitata.
Il tema organizzativo
Nonostante il Kenya abbia adottato politiche e strategie per affrontare il problema, persistono ostacoli significativi. I sistemi di coordinamento sono lenti, la perdita e lo spreco alimentare non sono ancora riconosciuti come strumenti chiave per la sicurezza alimentare e gli obiettivi climatici, e manca un sistema affidabile per misurare e monitorare il fenomeno. Inoltre, le politiche di recupero e redistribuzione del cibo sono poco supportate, e gli agricoltori non ricevono incentivi mirati per adottare tecnologie che riducono le perdite.
Gli obiettivi SDG
Con solo quattro anni rimasti per raggiungere gli obiettivi dell’SDG 12.3, è evidente che il mondo è in ritardo. Il Kenya, in particolare, ha bisogno di rafforzare il monitoraggio, migliorare la comprensione del problema e promuovere interventi efficaci.
Tre strategie chiave possono aiutare il Kenya a fare progressi: migliorare la misurazione del fenomeno con dati disaggregati e strumenti locali; aumentare gli investimenti in soluzioni comprovate, promuovendo la consapevolezza e la formazione; e rafforzare le politiche e il coordinamento, adottando strategie olistiche che pongano la perdita e lo spreco alimentare al centro delle politiche nazionali.

Il paradosso africano dello spreco. Che negli Slum non esiste…
In Africa, vale però la pena ricordarlo, la fame cresce silenziosa e inesorabile. Oltre 300 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare, e il Kenya ne è uno degli esempi più drammatici e contradditori. Qui, quindi, un quarto della popolazione non ha accesso sufficiente al cibo, mentre ogni anno fino al 40% degli alimenti prodotti viene perso o sprecato.
Le cause sono molteplici, ma una delle principali è la fragilità delle filiere agroalimentari. I prodotti si deteriorano nei campi per mancanza di strumenti adeguati per la raccolta, si guastano durante il trasporto per l’assenza di refrigerazione, si perdono nei mercati per mancanza di infrastrutture. Patate, pesce, frutta tropicale e farina—alimenti fondamentali per la dieta locale—vengono sprecati non per abbondanza, ma per precarietà.
Nel frattempo, la popolazione cresce rapidamente. L’incremento demografico mette ulteriore pressione su sistemi già fragili, amplificando il divario tra produzione e accesso. Eppure, nei margini della vita urbana, dove la sopravvivenza è una lotta quotidiana, lo spreco alimentare è un concetto quasi inesistente. Negli slum di Nairobi, dove opera Alice for Children, ogni risorsa è centellinata. Qui, il cibo non si spreca perché non ce n’è abbastanza da permetterselo. Ogni pezzo di pane, ogni cucchiaio di farina, ogni frutto è condiviso, conservato, valorizzato. La fame non è una statistica, è un volto, una storia, una realtà che si vive ogni giorno.









