Cercare di conquistare un record da Guinness dei primati piantando alberi contribuisce a cambiare le cose. I quotidiani The Nation ma anche TheKenyatimes hanno raccontato nei giorni scorsi l’impresa di un attivista.
Hillary Kiplagat Kibiwott è un giovane ambientalista keniota originario della contea di Elgeyo‑Marakwet. Nella lingua Kalenjin, il suo cognome significa ‘nato nella stagione delle piogge, e Kibiwott – che è anche co‑fondatore della Green Earth Ambassadors Foundation – ha conquistato popolarità stabilendo il record mondiale di alberi piantati da un singolo individuo in 24 ore (oltre 23.000 alberi).
Un’azione meticolosa, fisicamente impegnativa, preparata per mesi e portata avanti con il supporto di volontari e comunità locali.

Piantare alberi, in Kenya, non è solo un gesto simbolico: è una risposta concreta a un Paese che combatte contro deforestazione, siccità ricorrenti e degrado del suolo, aggravati dal cambiamento climatico.

Il gesto di Kibiwott si inserisce in una tradizione di ambientalismo molto radicata, che affonda le sue radici nel Green Belt Movement fondato da Wangari Maathai.
Postura generazionale green
Ma la novità sta nel linguaggio e nella postura generazionale. L’impresa è pensata anche per essere vista, raccontata, condivisa. Le immagini delle file di piantine, dei campi dissodati in poche ore, dei video girati in tempo reale sono parte integrante dell’azione, non un semplice corollario.

Non è un caso isolato. Qualche tempo prima, a dicembre 2025, un’altra giovane keniota, Truphena Muthoni, 22 anni – celebrata come esempio positivo dal presidente William Ruto – aveva stabilito il record mondiale per il più lungo abbraccio a un albero (72 ore consecutive), in una sorta di protesta silenziosa contro la deforestazione e il degrado ambientale.
Un gesto performativo, quasi artistico, che ha fatto il giro dei social e dei media. Meno “misurabile” in termini di impatto diretto, ma potentissimo sul piano simbolico, capace di tradurre la difesa dell’ambiente in un atto emotivo, facilmente comprensibile e condivisibile.
Una nuova sensibilità
Questi record verdi raccontano molto della sensibilità dei millennial e della Generazione Z africana. Da un lato c’è una consapevolezza reale delle emergenze ambientali; dall’altro, la piena integrazione dell’attivismo dentro l’ecosistema dei social media.
L’azione ecologista diventa anche contenuto, narrazione, immaginario. Non necessariamente per vanità, ma perché oggi la visibilità è una leva: parlare al mondo significa raccogliere sostegno, fondi, attenzione politica.
Il rischio, spesso evocato dai critici, è quello di una “ecologia da palcoscenico”, più attenta ai record che ai processi strutturali. Ma in Paesi come il Kenya, dove le risorse sono limitate e l’agenda pubblica è congestionata da urgenze economiche, anche questi gesti hanno un valore: mantengono alta l’attenzione e rendono popolare un tema che altrimenti resterebbe marginale.
Un contesto complesso
Il contesto è infatti complesso. Il Kenya è una delle economie più dinamiche dell’Africa orientale, con una crescita sostenuta, un settore tecnologico vivace e grandi investimenti infrastrutturali. Case, autostrade, alberghi, reti di comunicazione crescono. Allo stesso tempo resta un Paese povero, segnato da disuguaglianze profonde. In nome dello sviluppo, spesso si ricorre a scorciatoie: uso intensivo delle risorse naturali, urbanizzazione non pianificata, consumo di suolo, pressione sugli ecosistemi.
È in questa tensione che vanno letti i record di Kibiwott e Muthoni. Non come soluzioni, ma come segnali. La voce di una generazione che chiede crescita, sì, ma non a qualunque costo. E che prova a dirlo con gli strumenti del proprio tempo: piantando un albero alla volta e con un abbraccio lungo tre giorni.
Un altro livello della sfida
C’è infine un altro livello, meno vistoso ma forse ancora più radicale, in cui questo immaginario ecologico prende forma: quello delle pratiche quotidiane, ripetute, educative. Anche noi di Alice for Children, che operiamo in uno dei contesti più fragili e inquinati di Nairobi e nella savana di Rombo, non rinunciamo a introdurre atti e gesti capaci di comunicare l’emergenza ambientale e, allo stesso tempo, di formare.

Ad Alice Village, l’arrivo di ogni nuovo ospite è spesso accompagnato dalla piantumazione di un albero nella riparian area, lungo i corsi d’acqua. Un rito semplice, ma carico di significato. In un territorio segnato dall’inquinamento, dalla pressione urbana e dall’assenza cronica di servizi, ha il valore di una compensazione simbolica. È un modo per legare crescita umana e cura dell’ambiente, per rendere tangibile l’idea che lo sviluppo – anche quello più urgente, legato all’infanzia, all’educazione, alla sopravvivenza – non possa essere completamente disgiunto dalla responsabilità ecologica.

A Rombo, nella savana ai piedi del Kilimanjaro, Alice for Children sta invece progettando due interventi concreti e complementari: un orto comunitario per rafforzare l’autosostentamento alimentare e un pozzo per garantire accesso stabile all’acqua. L’obiettivo è semplice ma decisivo: offrire alla comunità strumenti duraturi per produrre cibo, migliorare la nutrizione dei bambini, sostenere la scuola locale e ridurre la vulnerabilità legata alla siccità. Acqua e terra, insieme, possono generare futuro: più autonomia, più resilienza, più opportunità per centinaia di famiglie. E forse proprio questa coesistenza, tra gesto spettacolare e pratica quotidiana, racconta bene il Kenya di oggi: un Paese in corsa verso il futuro, costretto a compromessi, ma animato da una generazione che prova, con i mezzi che ha, a non perdere di vista il costo ambientale del progresso.









