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Kenya, l’anniversario del 25 giugno fa di nuovo paura

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Il 25 giugno in Kenya non è più una data qualsiasi. È diventato il giorno in cui il Paese torna a fare i conti con sè stesso, la sua maturazione democratica e civile. Sullo sfondo ma sempre attuali ci sono le ferite aperte delle proteste degli ultimi due anni.

Quelle ‘spontanee’ del 2024 contro il Finance Bill, le tasse che avrebbero impoverito i già poveri kenioti e culminate nell’assalto al Parlamento e nella repressione della polizia, ma anche nella decisione del governo di William Ruto a soprassedere sulla manovra fiscale. E quelle del 2025, organizzate nel primo anniversario di quella mobilitazione e finite – nonostante dichiarazioni di buona volontà di tutte le parti – ancora una volta con morti, feriti, arresti, accuse di brutalità alla polizia e nuove polemiche sul ruolo dei ‘servizi’.

25 giugno il governo e la piazza versione AI

Per questo la giornata del 25 giugno 2026 viene attesa con grande preoccupazione. E tensioni che aumentano. Famiglie delle vittime, attivisti e gruppi della società civile hanno annunciato iniziative di commemorazione in tutto il Paese.

Preoccupazione e tensione

A Nairobi – in particolare, dove il rischio potenziale di scontri è ovviamente più elevato – è prevista una marcia verso il Parlamento, con la deposizione di fiori nei luoghi simbolici delle proteste. L’obiettivo dichiarato è ricordare chi ha perso la vita e chiedere giustizia per le uccisioni, le sparizioni forzate, gli abusi e gli episodi di violenza attribuiti alle forze di sicurezza.

Il governo, però, teme che la celebrazione possa trasformarsi di nuovo in conflitti per strada. Negli ultimi giorni ha moltiplicato gli appelli alla calma, ma anche gli avvertimenti.

Il ministro dell’Interno, Kipchumba Murkomen, ha chiesto alla polizia di usare la forza minima necessaria e di proteggere la vita dei cittadini. “Evitiamo i morti’’ il sottotesto di tante dichiarazioni delle ultime ore. Ma non si rinuncia però ad una linea dura.

La polizia interverrà prontamente e severamente contro chiunque dovesse infiltrarsi nelle manifestazioni con l’obiettivo di saccheggiare, distruggere o provocare disordini. Il messaggio è doppio: il diritto a manifestare è riconosciuto, ma solo se esercitato in modo pacifico e disarmato.

I precedenti

È proprio qui che si concentra il punto più delicato. Nei due anni precedenti, il dibattito pubblico keniota è stato attraversato dalla stessa domanda: quando una protesta degenera, di chi è la responsabilità? Della polizia, accusata di aver risposto con eccessiva durezza e in alcuni casi con armi da fuoco ad altezza d’uomo? Dei manifestanti che hanno superato il limite della protesta pacifica? O di gruppi organizzati, i cosiddetti “goons”, accusati di infiltrarsi nei cortei per creare caos, danneggiare negozi e offrire un pretesto alla repressione?

I media nella querelle

Anche i media sono al centro dell’attenzione. Nel 2025, durante le proteste del 25 giugno, la Communications Authority impose lo stop alle dirette radiotelevisive, provocando accuse di censura e un forte scontro con le organizzazioni per la libertà di stampa.

Quest’anno Murkomen ha cercato di rassicurare: nessuna intenzione di chiudere i mezzi di comunicazione, ha detto, definendo i media partner essenziali della democrazia. Allo stesso tempo, però, ha invitato giornalisti e utenti dei social a evitare messaggi incendiari, in un equilibrio ancora fragile tra responsabilità e controllo dell’informazione.

In equilibrio su un filo

Il portavoce del governo Isaac Mwaura ha chiarito che il 25 giugno non sarà una festa nazionale e ha invitato i cittadini ad andare al lavoro. Ma il fatto stesso che si discuta di scuole, uffici, sicurezza, marce e copertura mediatica dice molto del clima del Paese.

Il 25 giugno sarà quindi una prova politica e civile. Per i manifestanti, chiamati a difendere la memoria senza lasciare spazio alla violenza. Per la polizia, chiamata a garantire ordine senza trasformare l’ordine in paura. E per il governo, chiamato a dimostrare che la stabilità non si costruisce mettendo a tacere il dissenso, ma proteggendo il diritto dei cittadini a chiedere verità, giustizia e responsabilità.

Una firma semplice.

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