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Campi profughi, un piano del Kenya al Forum ONU

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Il Kenya vuole trasformare i campi profughi in città. Ma la sfida è appena iniziata. Il rappresentante di Nairobi ha portato alle Nazioni Unite una delle riforme più ambiziose della sua politica migratoria: trasformare i grandi campi profughi del Paese in municipalità integrate, dove rifugiati e comunità locali possano accedere agli stessi servizi, lavorare, avviare attività economiche e costruire percorsi di autonomia.

Campi profughi versione AI

Dentro lo Shirika Plan

Il piano si chiama Shirika Plan e rappresenta un cambio di paradigma. Non più campi pensati come soluzioni temporanee, sostenute quasi interamente dagli aiuti umanitari internazionali. Ma insediamenti urbani veri e propri, inseriti nei sistemi amministrativi, sanitari, scolastici ed economici del Kenya.

Campi profughi versione AI

Il contesto è enorme. Il Kenya ospita oltre 840 mila rifugiati e richiedenti asilo. La maggior parte vive ancora nei due grandi poli storici dell’accoglienza: Dadaab, nella contea di Garissa, vicino al confine con la Somalia, e Kakuma-Kalobeyei, nella contea di Turkana, nel nord-ovest del Paese.

Dadaab e Kakuma

Dadaab è il più grande e antico. Nato nel 1991 per accogliere chi fuggiva dalla guerra civile somala, è diventato negli anni una sorta di città sospesa. I suoi campi – Hagadera, Dagahaley, Ifo e l’insediamento di Ifo 2 – ospitano oggi più di 400 mila persone. La quasi totalità arriva dalla Somalia, ma nel tempo sono entrati anche rifugiati da Etiopia, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Uganda e Sudan.

Kakuma, invece, nasce nel 1992 per accogliere i cosiddetti “Lost Boys of Sudan”, bambini e ragazzi sudanesi fuggiti dalla guerra. Oggi il sistema Kakuma-Kalobeyei ospita oltre 300 mila persone, soprattutto dal Sud Sudan, ma anche da Somalia, Congo, Burundi, Etiopia e altri Paesi della regione. Kalobeyei, aperto nel 2016, era già stato pensato come un esperimento diverso: non un campo tradizionale, ma un insediamento integrato, dove rifugiati e comunità ospitanti potessero condividere servizi, spazi economici e opportunità.

Il Kenya, quindi, non parte da zero. Negli ultimi anni sono stati avviati programmi come il Kalobeyei Integrated Socio-Economic Development Plan in Turkana e il Garissa Integrated Socio-Economic Development Plan nell’area di Dadaab. L’obiettivo era già quello di superare la logica emergenziale, investendo in scuole, sanità, lavoro, infrastrutture, inclusione finanziaria e gestione delle risorse naturali.

Con lo Shirika Plan, però, Nairobi prova a fare un salto ulteriore: portare questi esperimenti dentro una cornice nazionale, con il governo centrale, le contee, UNHCR, Banca Mondiale, agenzie ONU, ONG, donatori e settore privato chiamati a finanziare e governare insieme la transizione.

Fuori dall’emergenza

È qui che nasce la richiesta del Kenya alla comunità internazionale. Il governo non chiede soltanto nuovi fondi umanitari per gestire l’emergenza, ma risorse prevedibili e di lungo periodo per finanziare resilienza, infrastrutture, adattamento climatico, scuole, ospedali, reti idriche, servizi pubblici, lavoro e sviluppo locale. In altre parole: non solo cibo e assistenza, ma investimenti per rendere sostenibile la presenza di centinaia di migliaia di persone in aree già fragili, aride e con servizi insufficienti anche per le popolazioni locali.

Campo profughi reale come in foto apertura

Il punto politico è delicato. Garissa e Turkana sono tra le aree più vulnerabili del Kenya. Le comunità ospitanti convivono da oltre trent’anni con i campi, ma chiedono che l’integrazione non significhi semplicemente trasferire nuovi pesi sulle contee. Acqua, pascoli, sicurezza, lavoro, sanità e scuole sono già terreni sensibili. Per questo il successo dello Shirika Plan dipenderà anche dalla capacità di garantire benefici reali alle comunità locali, non solo ai rifugiati.

La riforma arriva inoltre in un momento complicato. I tagli agli aiuti internazionali stanno riducendo razioni alimentari, programmi educativi e servizi di protezione. Proprio mentre il Kenya chiede di cambiare modello, il vecchio sistema umanitario mostra tutti i suoi limiti.

Doppia sfida

La sfida, quindi, è duplice. Da un lato, riconoscere che dopo trent’anni Dadaab e Kakuma non sono più “emergenze temporanee”, ma realtà urbane di fatto. Dall’altro, costruire un modello che non lasci soli né i rifugiati né le comunità keniote che li ospitano.

Per il Kenya, lo Shirika Plan è anche un messaggio politico: l’accoglienza non può restare una responsabilità nazionale finanziata a intermittenza. Se i campi devono diventare città, servono investimenti da città. E serve una cooperazione internazionale capace di guardare oltre l’emergenza.

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