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Lasciti e testamenti solidali: quando l’eredità conquista futuro

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Una mattinata di approfondimento dedicata ai testamenti e ai lasciti solidali, appena prima dell’inizio dell’estate nel cuore di Milano. A organizzarla, a pochi passi dal Palazzo di Giustizia, è stata EUconsult Italia, con la collaborazione del Centro Studi Borgogna e di Walden Lab, davanti a una platea composta da professionisti del Terzo Settore, fundraiser, consulenti, avvocati e operatori interessati a capire meglio un tema sempre meno marginale e sempre più strategico per il futuro del non profit.

EUconsult Italia è l’associazione che riunisce consulenti specializzati nel Terzo Settore ed è parte di una rete europea nata per promuovere qualità, competenza ed etica nella consulenza alle organizzazioni non profit. Fundraising, governance, comunicazione, pianificazione strategica: ambiti diversi, ma un obiettivo comune. Aiutare enti e fondazioni a crescere, strutturarsi e diventare più efficaci.

Lasciti, il convegno di EuConsult

Il titolo scelto per l’incontro diceva già molto dell’approccio: “Un’eredità di valori. Strategie, dati e buone pratiche nei lasciti solidali”. Non solo una questione giuridica, quindi. Non solo un tema fiscale o patrimoniale. Ma un modo per interrogarsi su come le persone possano continuare a generare impatto anche oltre il proprio tempo.

Nella prima parte dell’evento, Annalisa Lalumera, presidente di EUconsult Italia, ha ricordato come il lascito solidale sia ormai percepito sempre più spesso non solo come un gesto di generosità, ma come una forma di continuità sociale: una scelta capace di tenere insieme memoria personale, responsabilità collettiva e fiducia nel lavoro delle organizzazioni.

L’avvocato Fabrizio Ventimiglia, presidente del Centro Studi Borgogna, ha invece sottolineato il ruolo crescente dei professionisti del diritto. Per notai e avvocati, infatti, il tema dei lasciti richiede competenze sempre più attente: non basta più gestire un atto formale, serve accompagnare le persone in una pianificazione consapevole, rispettosa degli eredi e coerente con le volontà profonde del testatore.

Nello stesso solco si sono inseriti gli interventi di Francesca Mineo, giornalista e autrice, e di Rossano Bartoli, portavoce del Comitato Testamento Solidale e presidente della Lega del Filo d’Oro. Bartoli ha ricordato la nascita del Comitato Testamento Solidale, avviato nel 2013 da sei organizzazioni e destinato ad arrivare, all’inizio del prossimo anno, a circa trenta realtà aderenti.

Il messaggio emerso dagli interventi è stato netto: non serve essere ricchi per fare un lascito solidale. E, più in generale, non serve essere ricchi per fare testamento. Il testamento non è soltanto uno strumento per grandi patrimoni, ma un atto di chiarezza, responsabilità e cura. Significa decidere come proteggere i propri affetti, ma anche come lasciare una traccia coerente dei valori in cui si è creduto.

In questo senso, il lascito solidale è stato raccontato quasi come una sfida laica alla morte: non la rimozione della fine, ma l’affermazione di qualcosa che continua. Un modo per dire che certi legami, certe scelte e certe responsabilità possono sopravvivere alla biografia individuale.

Le ricerche: cosa pensano gli italiani

Il cuore dell’incontro è stato l’intervento di Paolo Anselmi, presidente di Walden Lab, che ha presentato una sintesi delle ultime due ricerche dedicate al tema. La prima riguarda l’orientamento degli italiani verso il lascito solidale; la seconda, realizzata con VITA e basata sulle risposte di 197 organizzazioni non profit, analizza invece l’impatto concreto dei lasciti sui bilanci, sulle strategie e sulle prospettive degli enti.

Il primo dato importante è che il lascito solidale è ormai ampiamente conosciuto. Secondo l’indagine 2025, l’82% degli italiani dichiara di sapere che è possibile destinare una parte del proprio patrimonio a una causa solidale attraverso il testamento. Nel 2020 erano il 72%, mentre nel 2013 la quota era molto più bassa. Il tema, quindi, è uscito da una dimensione quasi di nicchia ed è entrato nel discorso pubblico.

Ma conoscere non significa necessariamente scegliere. La propensione al lascito solidale cresce, ma resta attraversata da dubbi, paure e rinvii. Molti italiani tendono a rimandare il momento del testamento, spesso per ragioni culturali o scaramantiche. Altri ritengono di non averne bisogno perché immaginano che gli eredi legittimi andranno d’accordo. Altri ancora temono che figli e nipoti possano trovarsi in futuro in un contesto economico più difficile e preferiscono quindi non sottrarre loro alcuna risorsa.

È forse questo uno degli elementi più interessanti emersi dalla ricerca: il lascito solidale non si misura soltanto sulla generosità, ma anche sulla percezione del futuro. In un Paese che guarda con preoccupazione al lavoro dei giovani, alla stabilità economica e alla tenuta sociale, il timore di “togliere qualcosa” agli eredi rimane uno dei principali freni. Secondo le analisi diffuse nel 2025, tra gli ostacoli più ricorrenti ci sono proprio la paura di ridurre le risorse per i familiari e la diffidenza sulla gestione dei fondi da parte degli enti.

Eppure la disponibilità esiste. Negli ultimi anni è cresciuta la quota di chi risponde “certamente sì” o “probabilmente sì” alla possibilità di prevedere un lascito solidale. Secondo i dati richiamati anche da Alice for Children in un precedente approfondimento, il 19% degli over 50 dichiara che certamente o probabilmente farà un lascito solidale: erano il 9% nel 2018.

Il profilo di chi prende più facilmente in considerazione questa scelta è abbastanza definito: persone residenti soprattutto al Nord, con un livello di istruzione medio-alto, in condizioni economiche più solide e, spesso, senza figli. Ma ridurre il fenomeno a questa fotografia sarebbe parziale. La ricerca mostra infatti che il lascito solidale sta diventando progressivamente anche una scelta familiare, condivisa con gli eredi, e non più soltanto una decisione individuale presa in silenzio.

C’è poi un tema decisivo: la fiducia. Le organizzazioni percepite come più vicine, radicate, conosciute e trasparenti sono quelle a cui le persone tendono più facilmente ad affidare una parte della propria eredità. Non si dona solo a una causa astratta. Si dona a un ente che si conosce, a una storia che si è seguita, a un lavoro di cui si sono visti gli effetti. Cresce anche il desiderio di vedere già in vita i frutti della propria generosità: un elemento che apre uno spazio importante per le organizzazioni, chiamate a raccontare meglio non solo ciò che fanno, ma anche come lo fanno.

Cosa dicono gli enti del Terzo Settore

La seconda ricerca presentata da Anselmi, realizzata con VITA, sposta lo sguardo dagli italiani alle organizzazioni. Il campione comprende 197 enti non profit e restituisce una fotografia molto concreta dello stato dell’arte.

Il 58% delle organizzazioni intervistate ha ricevuto almeno un lascito negli ultimi cinque anni. Il dato sale sensibilmente tra gli enti più strutturati e tra quelli che hanno investito in modo continuativo su competenze, comunicazione e personale dedicato. Secondo i dati diffusi da VITA, l’esperienza del lascito riguarda l’88% delle organizzazioni più grandi, ma anche il 34% delle realtà più piccole, con entrate inferiori al milione di euro.

Questo è un passaggio importante: i lasciti non sono soltanto un tema per le grandi organizzazioni nazionali. Possono riguardare anche enti più piccoli, purché siano capaci di costruire fiducia, spiegare il proprio impatto e affrontare con serietà gli aspetti tecnici.

Tra il 2020 e il 2024, il peso dei lasciti sulla raccolta fondi degli enti che ne hanno ricevuti è quasi raddoppiato, passando dall’8% al 14%. È un dato che EUconsult ha richiamato anche nella presentazione del convegno: non si tratta più di una voce residuale o episodica, ma di una componente che può incidere in modo significativo sulla sostenibilità futura delle organizzazioni.

Quanto alla natura dei lasciti, il denaro liquido resta la forma più frequente, ma una quota rilevante riguarda immobili o altri beni. È proprio qui che emergono alcune difficoltà: non tutti gli enti dispongono delle competenze tecniche, legali e amministrative necessarie per gestire correttamente un lascito complesso. E questo spiega perché alcune organizzazioni, pur riconoscendo l’importanza del tema, esitino ancora ad attivare campagne dedicate.

Un altro dato molto significativo riguarda la destinazione dei beni. Nella maggior parte dei casi, i lasciti non sono vincolati a uno specifico progetto. Questo significa che chi fa testamento affida all’organizzazione non solo una risorsa economica, ma anche una responsabilità. È un atto di fiducia profondo: la persona non dice soltanto “voglio sostenere questa causa”, ma “mi fido di voi perché sappiate trasformare questa scelta in qualcosa di utile”.

Da qui nasce anche una sfida comunicativa. Negli ultimi cinque anni oltre l’80% degli enti ha avviato azioni di sensibilizzazione sul tema dei lasciti, ma spesso i messaggi restano generici, rivolti a un pubblico molto ampio e distribuiti su molti canali senza una vera personalizzazione.

Eppure parlare di lasciti richiede un tono particolare. Non può essere una campagna aggressiva. Non può trasformarsi in una richiesta pressante. Deve essere, piuttosto, un invito alla consapevolezza. Un modo per aprire una conversazione adulta, rispettosa, capace di tenere insieme famiglia, valori personali, responsabilità sociale e fiducia negli enti.

Una scelta che riguarda la vita, non la morte

Il merito dell’incontro promosso da EUconsult è stato proprio questo: togliere il tema dei lasciti solidali da una dimensione puramente tecnica o imbarazzata e riportarlo dentro una riflessione più ampia sul futuro.

Perché parlare di testamenti non significa parlare soltanto della fine. Significa parlare di ciò che resta. Di ciò che una persona considera davvero importante. Di quali relazioni vuole proteggere, quali valori vuole custodire, quali possibilità vuole continuare ad aprire.

Il lascito solidale non chiede di scegliere contro la propria famiglia. Non chiede di sostituire gli affetti con una causa. Chiede, semmai, di allargare il perimetro della cura. Di immaginare che una parte della propria storia possa diventare scuola, salute, protezione, ricerca, assistenza, dignità per qualcun altro. E forse è questa la sua forza più grande: trasformare un’eredità in una possibilità. Fare in modo che ciò che abbiamo costruito non si chiuda con noi, ma trovi nuove mani, nuovi volti, nuove strade per diventare futuro.

È un gesto spesso silenzioso, intimo, quasi invisibile. Ma proprio per questo molto potente. Non rivendica, non proclama, non pretende riconoscenza. Semplicemente continua.

Una firma semplice.

Che però semplice non è.

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