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Femminicidi in Kenya, l’emergenza continua tra le proteste

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In Kenya è in primo piano la protesta contro i femminicidi. E una crisi che non può più essere trattata come emergenza isolata. “Stop killing women”. È uno slogan semplice, diretto, quasi impossibile da fraintendere. Ed in Kenya continua a essere necessario ripeterlo in piazza.

All’inizio di giugno 2026 migliaia di persone hanno attraversato il centro di Nairobi per chiedere al governo di riconoscere la violenza di genere e i femminicidi come una crisi nazionale. Non una somma di fatti di cronaca. Non una sequenza di casi privati. Ma un problema strutturale, che riguarda la sicurezza delle donne, la tenuta delle comunità, la capacità delle istituzioni di proteggere le persone più esposte.

La manifestazione, organizzata dal movimento End Femicide insieme ad associazioni per i diritti delle donne, gruppi per i diritti umani e organizzazioni impegnate nella tutela dei minori, è stata una delle più grandi viste negli ultimi mesi nella capitale keniota.

Stop killing

Le persone sono scese in strada vestite di bianco, con rose rosse in mano, bare simboliche ricoperte di petali e cartelli con scritte come “Stop Killing Women”, “Enough is Enough”, “End Pedicide”. Al centro del raduno, un muro con i nomi delle vittime ricordava che dietro ogni numero c’è una storia interrotta, una famiglia spezzata, una comunità ferita.

La manifestazione contro i femminicidi a Nairobi, versione AI

La protesta è arrivata dopo l’ennesimo caso che ha scosso l’opinione pubblica: l’uccisione di Rachel Wandeto, cantante gospel, aggredita il 16 maggio a Mwiki, nella zona di Kasarani, mentre rientrava a casa. Secondo le ricostruzioni della polizia, tre uomini l’avrebbero cosparsa di benzina o di una sostanza infiammabile e poi data alle fiamme. Rachel ha riportato ustioni su circa l’85% del corpo ed è morta due giorni dopo al Kenyatta National Hospital. Il suo nome è diventato uno dei simboli più recenti di una crisi che da tempo non riguarda più solo le cronache giudiziarie, ma la coscienza pubblica del Paese.

Non è stato l’unico caso recente. A metà maggio, a Kilimani, quartiere di Nairobi, una donna di 25 anni, Ann Keya Ahuna, è stata uccisa a coltellate dall’ex compagno dopo essere uscita dal lavoro. Secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa locale, l’uomo sarebbe arrivato in ufficio armato di coltello e l’avrebbe poi aggredita in strada e all’interno di una farmacia, sotto gli occhi delle telecamere di sicurezza.

Negli stessi giorni, in Nyamira, una studentessa di Form Three è stata uccisa durante una veglia funebre dal presunto fidanzato, che successivamente si sarebbe tolto la vita. Casi diversi, contesti diversi, ma un filo comune: la violenza maschile contro donne e ragazze, spesso dentro relazioni familiari, affettive o di prossimità.

Una patologia sociale

I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno, anche se raccontano solo una parte della realtà. La Federation of Women Lawyers in Kenya ha dichiarato di ricevere circa 70 casi di violenza di genere alla settimana nei suoi tre uffici di Nairobi, Mombasa e Kisumu. Amnesty Kenya, richiamando il lavoro del gruppo tecnico sulla violenza di genere e i femminicidi, ha indicato che il 34% delle donne e il 27% degli uomini in Kenya ha subito violenza fisica, mentre circa un terzo della popolazione avrebbe sperimentato violenza sessuale. La stessa analisi segnala che il costo economico della gender-based violence per il Paese ammonterebbe a circa 46 miliardi di scellini kenioti l’anno, tra spese sanitarie, procedimenti legali e perdita di produttività.

AI creation, non esiste una legge che riconosca i femminicidi come un reato a se stante

C’è poi un problema ancora più profondo: il femminicidio, in Kenya, non è riconosciuto come reato autonomo. Molti casi vengono quindi registrati genericamente come omicidi, senza che venga tracciato in modo sistematico il movente di genere. Questo rende più difficile misurare il fenomeno, riconoscere i pattern, individuare i contesti di rischio, valutare l’efficacia delle risposte istituzionali. Per le associazioni, è uno dei nodi centrali: senza dati chiari, senza una banca dati nazionale trasparente, senza indagini rapide e senza protezione per chi denuncia, la violenza continua a muoversi dentro zone grigie di impunità.

Il governo keniota ha riconosciuto la gravità della situazione. La Cabinet Secretary for Gender, Culture and Children’s Services, Hannah Cheptumo, ha parlato di una crisi che richiede un intervento urgente, coordinato e sostenuto, citando proprio alcuni dei casi più recenti: Rachel Wandeto, la giovane donna uccisa a Kilimani, la studentessa di Nyamira. Le autorità hanno annunciato anche la formazione di un’unità investigativa dedicata, composta da analisti dell’intelligence criminale, esperti forensi, investigatori di omicidi e altri specialisti.

Ricononoscere il reato

Per la società civile, però, non basta. Le organizzazioni chiedono al governo di dichiarare la violenza di genere e i femminicidi una crisi nazionale, istituire un fondo dedicato, creare sistemi di risposta rapida per le sopravvissute e per le famiglie delle vittime, rafforzare la raccolta delle prove, monitorare l’operato della polizia, accelerare i processi e rendere punibili le mediazioni informali che spingono le donne al silenzio invece che alla giustizia.

È questo il punto politico della protesta: non chiedere solo indignazione, ma responsabilità. Perché le leggi esistono, le istituzioni esistono, i tavoli tecnici sono stati avviati. Ma la distanza tra dichiarazioni e protezione reale resta ancora troppo ampia.

Le piazze di Nairobi raccontano allora qualcosa che va oltre l’emergenza del momento. Raccontano un Paese in cui donne, attiviste, famiglie, avvocate, associazioni e cittadine chiedono che la vita delle donne non sia più considerata un tema secondario, domestico, privato. Chiedono che ogni nome scritto su quel muro non sia solo memoria, ma un impegno. E chiedono che “Stop killing women” smetta di essere uno slogan da portare in strada, perché diventi finalmente una responsabilità dello Stato e della società intera.

Una firma semplice.

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