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COP29 di Baku: tutti i nodi della transizione green

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Sono migliaia a Baku, in Azerbaigian, i delegati dei 200 Paesi impegnati dall’11 al 22 novembre 2024, nella conferenza ONU sul clima, COP29.

Il ritorno di Trump

Su questo evento, come del resto sul G20 Social di Rio, incombono le incertezze connesse al cambio della guida alla Casa Bianca. Con Donald Trump che ha già anticipato che, in materia di clima e accordi internazionali per la sostenibilità, i suoi quattro anni a venire saranno – se possibile – caratterizzati da una discontinuità ancora maggiore di quella che aveva già segnato il suo primo mandato come presidente USA.

Trump è intenzionato a ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, ridurre le regolamentazioni ambientali e promuovere ulteriormente l’uso dei combustibili fossili. In precedenza, aveva già nominato scettici del cambiamento climatico in posizioni chiave, come Scott Pruitt all’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) e David Malpass alla Banca Mondiale.

Con il suo ritorno alla Casa Bianca, si prevede che Trump continuerà a smantellare le politiche climatiche federali, riducendo i finanziamenti per le agenzie focalizzate su questi obiettivi. Molto temuta, in un’ottica COP29, la riduzione degli aiuti finanziari per il clima ai Paesi vulnerabili.

Le prospettive per i Paesi in via di sviluppo

Incognita Trump a parte, l’evento ha prodotto alcuni risultati significativi, specialmente per quanto riguarda l’Africa e i Paesi in via di sviluppo più in generale. Tra questi l’istituzione del New Collective Quantified Goal (NCQG). A partire dal 2025, si prevede che i finanziamenti climatici globali possano aumentare da 100 miliardi di dollari a 1.000 miliardi di dollari annui, per poi farli crescere ulteriormente dal 2030 in poi. Le tensioni riguardano la maniera in cui questa cifra vada raggiunta.

Con un impegno dei “soli” Paesi occidentali e già compiutamente sviluppati, secondo alcune delle interpretazioni, raggiungere questo obiettivo è impensabile. Più plausibile raggiungere questo target se un impegno concreto dovesse arrivare dal G20 di Rio e se molti tra i BRICS+  con Cina, Russia, India, Emirati Arabi e Brasile in primo piano – decideranno di fare la propria parte anche nel caso in cui non vengano ancora tecnicamente inquadrati come “Paesi sviluppati”.

Il caso Africa

Per l’Africa, la COP29 presieduta dal presidente azero Muxtar Sabayev ha riconosciuto la necessità di un approccio equilibrato al raggiungimento degli obiettivi della transizione energetica.

Nel continente sono ancora oltre 600 milioni le persone senza accesso all’elettricità e così rischia di apparire velleitario pensare di soddisfare queste esigenze energetiche sempre più montanti in un’ottica totalmente “green”. La cooperazione internazionale, l’innovazione e la leadership africana sono così ritenuti essenziali elementi dirimenti per affrontare queste sfide.

Il Piano Mattei

Sul versante del continente africano, si inserisce anche il lancio italiano del Piano Mattei per il continente.

Il Piano Mattei è un’iniziativa del Governo italiano per promuovere la cooperazione allo sviluppo e gli investimenti sostenibili nei Paesi in via di sviluppo, con un focus particolare sull’Africa.

Nel solco di questa iniziativa, durante la COP29 a Baku, Italia e Kenya hanno firmato un accordo per un finanziamento da 150 milioni di euro tramite il Fondo Italiano per il Clima (FIC), per progetti di mitigazione climatica e rafforzamento della resilienza.

L’iniziativa del Governo Meloni prevede una strategia di cooperazione paritaria che mira a sostenere la transizione energetica senza escludere nessuna delle tecnologie disponibili, “compreso il nucleare”.

Gli aspetti critici

Il Piano però ha già prodotto rilievi polemici sul fronte del progetto dedicato agli investimenti mirati ad ampliare la produzione di olio vegetale per biocarburanti avanzati.

Secondo alcune ONG e la trasmissione Report, il progetto ha già assorbito 75 milioni di euro senza reali benefici concreti per i contadini locali. Di più: le coltivazioni sarebbero state un fallimento e i terreni sarebbero stati contaminati.

Alcuni critici ritengono poi che il Piano Mattei manchi di una visione a lungo termine e sia costituito da interventi scollegati tra loro ed è stata inoltre sollevata la questione su come vengono spesi i fondi e quali interessi economici siano dietro i progetti, soprattutto quelli che riguardano Paesi strategici per aziende come Eni.

Queste critiche mettono in luce le sfide e le complessità legate alla realizzazione di progetti di sviluppo sostenibile in Africa: è importante garantire che i benefici siano concreti e duraturi per le comunità locali, evitando di alimentare tensioni o logiche di sfruttamento.

© Immagine – President.az, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons

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