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Moderare i social può nuocere gravemente alla salute. Il caso Meta in Kenya

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Attenti ai social e agli effetti collaterali che possono generare. Una vicenda legale in corso in Kenya appare come tipica dell’era digital, con i social network che in quasi tutti i casi non si prendono la responsabilità editoriale e legale sui contenuti che ospitano, ma cercano comunque di ‘moderare’ gli eccessi e tamponare la pubblicazione di contenuti inaccettabili. In realtà la storia raccontata da molte testate internazionali è diventata emblematica per alcuni degli aspetti collaterali di questa situazione.

Un servizio approfondito sul tema, in particolare, è stato prodotto anche dalla prestigiosa testata inglese The Guardian.

Si racconta come tra il 2019 e il 2023, oltre 140 moderatori di contenuti kenioti abbiano lavorato per Meta, la società madre di Facebook, attraverso il partner di outsourcing in loco, Samasource Kenya. Questi moderatori erano incaricati di esaminare e rimuovere contenuti pornografici e violenti dalla piattaforma, inclusi omicidi, suicidi e abusi sui minori.

Questo impiego si è dimostrato particolarmente stressante. Secondo i moderatori che hanno avviato un procedimento legale contro Meta e il partner keniota, il lavoro condotto ha avuto un impatto devastante sulla loro salute mentale e la loro socialità.

Molti – supportati da rapporti medici – sostengono di avere sviluppato gravi sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD), ansia e depressione a causa della continua esposizione a contenuti estremi e disturbanti. Secondo le analisi cliniche di parte, l’81% dei moderatori ha mostrato sintomi severi di PTSD.

Condizioni e salari molto bassi. Strascichi e problemi innescati

Tra i focus anche le condizioni di lavoro dei moderatori, particolarmente dure. Lavoravano otto-dieci ore al giorno, spesso in ambienti poco confortevoli e con salari significativamente inferiori rispetto ai loro colleghi di altri Paesi.

Secondo le dichiarazioni di chi ha intentato il procedimento, molti moderatori hanno avuto strascichi gravi per l’attività condotta, tendendo all’uso di alcol e droghe, con effetti dirompenti sui rapporti personali e familiari e, inoltre, altro aspetto devastante per il loro equlibrio, vivendo con la paura costante di ritorsioni da parte dei gruppi terroristici di cui monitoravano e eliminavano i contenuti.

L’azione legale contro Meta e Samasource è stata presentata presso la Corte del Lavoro e delle Relazioni Industriali del Kenya. La richiesta di risarcimento ammonta a 25,9 miliardi di scellini kenioti (circa 230 milioni di dollari).

Gli svantaggi dei lavoratori in outsourcing dei paesi in via di sviluppo

La vicenda ha riportato alla ribalta le questioni etiche e legali che chiamano in causa, più in generale, il trattamento dei lavoratori in regime di outsourcing nei paesi in via di sviluppo.

Meta ha contestato la giurisdizione della corte keniota, sostenendo di non avere una base operativa in Kenya, ma la Corte d’Appello ha respinto questa obiezione, permettendo alla causa di procedere.

Dopo aver esaminato tutte le prove e le testimonianze, la corte emetterà una decisione, ma non si sa ancora bene quando. La sentenza eventuale di condanna per Meta e il suo partner potrebbe includere un risarcimento per i moderatori, misure correttive per le aziende coinvolte e poi magari attivare molte altre azioni legali dello stesso tipo.

Ma lo svolgimento del processo potrebbe richiedere diversi mesi o addirittura anni e sulla decisione della corte, ciascuna delle parti potrebbe presentare un appello.

Una firma semplice.

Che però semplice non è.

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