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Africa 2030: segnali di risveglio

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In questo anno 2024, l’Africa ha mostrato alcuni segnali che danno speranza: un risveglio economico ancora debole, ma soprattutto un risveglio sociale che si allargherà nei prossimi 5 anni.

Un risveglio?

Quello sociale è culminato, in Kenya, con la rivoluzione della Gen Z che ha sconvolto il Paese ma che ha anche segnalato una gioventù stufa delle élite che opprimono i Paesi.

Dico Paesi perché in tutti i 54 Stati del continente africano la situazione, con varie sfumature, è simile: una classe politica i cui dirigenti governano come fossero monarchi, circondati da un’élite corrotta che depreda le risorse pubbliche per i propri interessi.

La conseguenza è la mancata redistribuzione della ricchezza, che condanna una metà della popolazione africana a vivere con un dollaro al giorno.

Ci sono stati però segnali di rivolta ed è un bene, perché senza battaglie sociali la situazione rimarrà immutata (ricordo che gli occidentali hanno combattuto duecento anni per i diritti umani, sociali, sanitari e – oggi – per la parità di genere).

Attenzione: sono solo piccoli segnali, non cambiamenti.

Se si guarda alle ultime elezioni in Ghana la battaglia politica è avvenuta tra il vice presidente uscente e il precedente presidente del Paese. In Namibia pure. Non grandi novità, quindi. In Mozambico, invece, è in corso una forte lotta post-elettorale tra le opposte fazioni politiche. Tutto il Sahel, patria di terrorismo, dopo i golpe degli anni recenti non ha più indetto le elezioni promesse.

Solo in Botswana, unico Paese africano con una democrazia sana, il partito al potere è stato mandato a casa dopo sessant’anni senza colpo ferire.

Il Sudan attualmente subisce una guerra fratricida. Forse la più importante del mondo – anche se dimenticata -, con oltre 150.000 morti e milioni di sfollati.

La crescita demografica

La demografia africana, tuttavia, è esplodente!

Nel desolante quadro demografico mondiale l’Africa cresce di popolazione. Corre verso i 2,5 miliardi di abitanti a metà secolo, momento nel quale la crescita mondiale avrà già raggiunto tutti i picchi, negli altri continenti. Ogni neonato dopo il 2050 sarà africano, fino a quando il continente raggiungerà i quattro miliardi di abitanti alla fine del secolo.

A questa impressionante crescita demografica non corrisponde, però, un’uguale crescita economica. Il rischio risiede nella povertà endemica e nei servizi inadeguati per i cittadini riguardo ai settori della sanità, delle pensioni, dell’educazione, dei trasporti, per citarne solo alcuni dei principali.

Perché il vero rischio è la trappola del debito. Oggi l’Africa giace su un debito di un trilione di dollari, equivalente più o meno a un terzo del suo misero PIL (tutta l’Africa “pesa” come la Francia!). Spende 163 miliardi di dollari in interessi all’anno, circa il 6% del suo PIL: un’enormità che ne blocca lo sviluppo. La finanza pubblica non riesce ad andare in pareggio e continua a fare debito. Perché?

Perché non può imporre tasse: i ricchi le eludono, i poveri non hanno i soldi per pagarle.

Senza tasse non è possibile avere un bilancio adeguato ai servizi che devono essere garantiti e la cui richiesta continua ad aumentare. Ecco che allora si ricorre ai prestiti, rendendo il debito insostenibile, causando la svalutazione della moneta e la crescita dell’inflazione. Un disastro.

Gli altri attori in gioco

Penso però che il disastro possa essere anche benevolo: i segnali di oggi potranno trasformarsi in rivolte che accelereranno i tempi.

Affinché l’Africa divenga un buon mercato con ricchezza, serviranno governi senza élite che evitino di depredare le risorse dell’intero continente. Nessuno, però, può creare questi governi se non i figli d’Africa stessi. È compito loro. Dovranno combattere per mettere a frutto le loro vere ricchezze, che sono la forza lavoro dei quasi due miliardi di giovani, l’energia rinnovabile di cui il continente è pieno – con sole, acqua e vento in grado di far divenire l’Africa la fabbrica energetica del mondo – e l’agricoltura, che può sfamare l’Africa stessa e parte del pianeta.

L’Africa può divenire un grandissimo mercato!

Con la conseguente apertura di ampio spazio per investimenti in export, energia, delocalizzazioni per l’enorme forza lavoro, nonché per l’educazione e la formazione che devono precedere questa fase. In questo mercato si stanno già buttando tanti nuovi attori che presto sostituiranno i vecchi.

La Russia ne uscirà, poiché intenta a presidiare solo la difesa dei golpisti in cambio di oro. Un lavoro ormai fossilizzato!

La Cina ha già fatto il pieno nel passato, scambiando investimenti infrastrutturali con materie prime e agricoltura. Ha però troppi fronti aperti per continuare. I suoi investimenti, quest’anno, sono scesi a un miliardo di dollari, dai 25 del 2016.

Gli USA di Trump, fatta salva l’infrastruttura ferroviaria dell’Angola, dimenticheranno l’Africa e si concentreranno su altri fronti.

I capitali in arrivo provengono dall’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, che vedono nell’Africa prospiciente una terra per divenire potenza, ricca di tutto ciò che loro non hanno: materie prime, energie rinnovabili e gioventù. Insomma, un ben di Dio.

La Turchia, inoltre, ha già messo mano ad una strategia di inserimento nella sua politica da neo-potenza ottomana, anche in ottica di rapporti con il continente africano.

A giocare un ruolo chiave potrebbe, infine, essere l’Europa, con il suo piano European Gateway for Africa da 300 miliardi di euro o anche più modestamente con il Piano Mattei italiano, privo di investimenti, ma che poggia sulle nostre aziende di Stato e su qualche innovatore.

Perché l’Europa, alla fine, si salverà solo se salva l’Africa: Eurafrica!

 

 

Diego Masi

Una firma semplice.

Che però semplice non è.

Per chi fa la dichiarazione dei redditi in queste settimane, il 5×1000 rischia di passare inosservato

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