Cerca
Alice for Children / News / News Africa / Il sistema kafala e le colf keniote sparite in Arabia Saudita

Il sistema kafala e le colf keniote sparite in Arabia Saudita

Indice

Lo chiamano ‘kafala‘, ed è un sistema che attenta alla condizione della donna fino ai limiti più estremi. In Africa e soprattutto in Medio Oriente è ancora molto diffuso.

“Vuoi il suo corpo o i 2800 dollari di stipendi arretrati che le dovevo?”. Il marito di Aisha, ragazza ugandese trasferitasi in Arabia Saudita a fare la colf, sceglie di riavere il corpo di sua moglie. Quando lo riceve verifica che Aisha ha tre costole rotte e che la stessa autopsia saudita ammette come esistano segni sul corpo compatibili con scosse elettriche sull’orecchio, sulle mani e sui piedi. Ma il referto definisce la morte ‘naturale’.

Inizia così il podcast di Cecilia Sala – la collana è Stories – che parla di ‘Tutte le lavoratrici africane che spariscono in Arabia Saudita’. La Sala rilancia l’attenzione su un problema che sta diventando ogni anno più grave.

Negli ultimi anni centinaia di donne ugandesi e keniote, spesso reclutate come donne delle pulizie, sono sparite in Arabia Saudita o sono morte. Almeno 274 i kenioti scomparsi negli ultimi cinque anni, con una prevalenza netta di donne.

Solo nel 2024, 55 morti registrati dal governo del Kenya, mentre quello dell’Uganda non comunica su questi temi e non pubblica dati. Le autopsie lasciano intendere che le persone hanno subito violenze, salvo poi i referti ascrivere a cause naturali i decessi.

Il ruolo delle agenzie locali

La filiera è lunga ed un ruolo importante lo hanno agenzie di reclutamento sul territorio. Promettono alle candidate 250 dollari al mese di stipendio e il miraggio di lavorare nelle case dei ricchi. In situazioni molto diverse, per la verità, da quelle della quotidianità della maggior parte delle ragazze keniote e ugandesi.

Una filiera che però si fa fatica a risalire quando ci sono da attribuire delle responsabilità. Se qualcosa va storto per tutti i lavoratori in generale e per le lavoratrici in particolare, non c’è maniera di vedere garantiti i propri diritti più essenziali.

I governi dei Paesi interessati a queste migrazioni tendono ad essere flessibili. Non difendono a spada tratta i propri connazionali espatriati. Le rimesse delle varie ‘diaspore’ sono una risorsa essenziale per molti Paesi africani e si tende a chiudere un occhio.

Non succede però del tutto così in Kenya, dove il sistema dell’informazione è vivace e vitale e tutte queste storie tragiche e difficili vengono raccontate e il vaso di Pandora è stato scoperchiato. E la sensibilità è alta.

Il sistema kafala

l fenomeno delle donne keniote che emigrano in Arabia Saudita per lavorare come colf e finiscono vittime di abusi, sfruttamento o persino morte è una tragedia umana profonda e sistemica, che coinvolge dinamiche economiche, politiche e sociali complesse. Si spera di assicurare a sé stesse e ai propri cari in patria condizioni di vita migliori. Tuttavia, una volta arrivate, molte di loro si ritrovano in situazioni di sfruttamento estremo.

Uno dei principali fattori che facilita gli abusi è il sistema ‘kafala’, che lega legalmente il lavoratore al datore di lavoro. I lavoratori non posso cambiare lavoro o lasciare il paese senza il permesso del datore; le donne sono molto spesso isolate, private dei documenti, maltrattate e impossibilitate a denunciare.

Secondo Amnesty International e altri rapporti le donne keniote subiscono violenze fisiche, sessuali e psicologiche. Sono spesso private di cibo, libertà e salario. Alcune sono segregate in casa, costrette a lavorare fino a 16 ore al giorno.

Ma i media protestano e raccolgono le storie

Il governo keniota è stato accusato di complicità e negligenza. Alcuni politici possiedono agenzie di reclutamento. Le ambasciate spesso non intervengono, o addirittura consigliano alle donne di “trovare un altro datore” invece di aiutarle a tornare a casa.

Sui giornali keniotinle testimonianze di Bigeni Maina Mwangi, Mejuma Shaban Ali, Faith Murunga e Lorna Jerop hanno raccontato storie di ordinario sfruttamento e persecuzione. E ora varie organizzazioni umanitarie chiedono l’abolizione del sistema kafala, l’estensione delle tutele lavorative, ispezioni regolari nelle abitazioni private e sanzioni contro le agenzie di reclutamento abusive.

In Kenya, la crescente consapevolezza ha portato a proteste e mobilitazioni, con richieste di maggiore trasparenza e giustizia per le vittime. Tuttavia, il fenomeno continua, alimentato dalla disperazione economica e dalla mancanza di alternative lavorative.

Una firma semplice.

Che però semplice non è.

Per chi fa la dichiarazione dei redditi in queste settimane, il 5×1000 rischia di passare inosservato

CF ALICE FOR CHILDREN
97452480151

Richiedi la tua guida sui lasciti

Leggi l'informativa Privacy