Parla Joan Chelimo, grande campionessa keniota dell’atletica che oggi gareggia per la Romania. Ma che è ancora un personaggio carismatico in patria. Si esprime con forza su un tema non facile da affrontare, nel suo Paese come in tutto il mondo, quello della violenza di genere. Un argomento che rimane purtroppo attuale, e più che mai esiziale nei contesti in cui è precario tutto e non solo la condizione femminile.
Intervistata da Nation/NTV, Chelimo usa la propria visibilità di maratoneta internazionale per rompere questa costante tendenza alla rimozione. Non parla solo come atleta, ma come figura pubblica impegnata: la sua battaglia è legata a Tirop’s Angels, l’organizzazione nata dopo l’uccisione di Agnes Tirop per sostenere donne e atlete che vivono relazioni abusive.

Non lasciate sole le donne
Il messaggio che emerge è molto netto: la violenza di genere non è un fatto privato, né un destino individuale. È un problema sociale che richiede ascolto, protezione, prevenzione e strutture concrete. Chelimo insiste sul fatto che molte vittime non denunciano per paura, vergogna, dipendenza economica o mancanza di reti sicure. Per questo la sua voce serve a dire che le donne non devono essere lasciate sole.
Chelimo ha capito che una campionessa come lei doveva usare il prestigio sportivo e la notorietà, la sua capacità di influire e ispirare, avere una responsabilità pubblica.

Correre non basta, se intorno alle atlete manca sicurezza, dignità e tutela. Il cuore del suo intervento è la richiesta di un cambiamento culturale e istituzionale.
La cultura sportiva della Rift Valley
Joan Chelimo Melly è una maratoneta keniana, oggi atleta rumena, capace di costruire una carriera importante nel mezzofondo e soprattutto nella corsa su strada. E’ cresciuta dentro una delle culture sportive più competitive al mondo, quella degli altipiani della Rift Valley, dove la corsa è disciplina quotidiana, talento, fatica e possibilità di riscatto.
Nel corso della sua carriera si è distinta per una grande continuità ad alto livello, soprattutto nella mezza maratona e nella maratona. Tra i risultati più significativi ci sono il secondo posto alla Seoul International Marathon del 2018, con un tempo sotto le 2 ore e 26 minuti, e la vittoria alla Milano Marathon del 2022, dove ha chiuso in 2:18:04, stabilendo una delle prestazioni più rilevanti della sua carriera.
Chelimo è un’atleta elegante e resistente, capace di tenere ritmi molto alti sulle lunghe distanze e di trasformare la disciplina dell’allenamento in risultati internazionali. Ma il suo profilo va oltre il cronometro e così negli ultimi anni ha usato la propria visibilità per parlare di violenza di genere e tutela delle atlete, diventando una voce autorevole dentro e fuori lo sport.

La violenza di genere nella società come nello sport keniano non viene presentata come un caso isolato, ma come un problema strutturale, fatto di relazioni abusive, dipendenza economica, uomini che si avvicinano alle atlete promettendo aiuto o protezione e poi finiscono per controllarle, sfruttarle o aggredirle.
Chelimo, insieme ad altre grandi atlete come Mary Keitany e Violah Lagat, ha chiesto al governo e al parlamento due cose molto concrete: leggi più severe contro gli autori di violenza di genere e sportelli/uffici territoriali dedicati alla GBV nelle contee, cioè presidi capaci di intercettare prima le situazioni di abuso e proteggere le vittime.
La filosofia d’intervento di Alice for Children
La voce di Joan Chelimo ricorda quanto la violenza di genere non sia un’emergenza lontana, ma una ferita che attraversa anche i contesti più fragili, come le baraccopoli di Nairobi in cui opera Alice for Children. Qui il tema viene affrontato ogni giorno con un approccio insieme pragmatico e culturale: attraverso un monitoraggio attento delle situazioni familiari e relazionali, l’intervento ‘sanitario’, percorsi di educazione civica rivolti anche ai ragazzi, attività di autodifesa, promozione dello sport femminile — a partire dal calcio — come strumento di fiducia, consapevolezza e autodeterminazione.

Ma la chiave più profonda resta l’educazione e, quindi, l’accesso ad un lavoro ‘normale’. Studiare, formarsi, acquisire competenze, poter vivere del proprio mestiere significa aprire una strada concreta fuori dalla dipendenza, dalla paura, dalla marginalità. Per molte bambine e ragazze, la scuola non è solo un diritto: è il primo spazio sicuro in cui riconoscere il proprio valore e costruire un futuro diverso.









