Le cose cambiano, la società evolve, il testamento muta nell’era dell’AI. Cambia ovviamente anche la maniera di percepire e affrontare i discorsi legati al fine vita. Oggi una quota significativa di italiani evita ancora di affrontare il tema, ma intanto la società e la finanza – contesti sempre più digitalizzati – spostano l’asticella sempre più in alto, in termini di complessità delle variabili da affrontare.
Il codice civile del 1942 non parlava di Bitcoin. Oggi una quota significativa di italiani possiede wallet, arte NFT, profili social con centinaia di migliaia di follower.
Il testamento 2.0, quindi, non chiama in causa solo domande classiche, del tipo “a chi lascio la casa”. Ma anche quesiti più nuovi e originali, ad esempio, “A chi lascio le chiavi e i diritti del mio doppio digitale?”. Oppure, nondimeno, “Posso delegare ad un algoritmo e all’AI il compito di scrivere le mie ultime volontà?”.

La strategia da seguire
Con un’AI che guida, ma senza regole di riferimento e pianificazione, l’eredità virtuale rischia di evaporare. Con un notaio e un avvocato che traducono in diritto e offrono la cornice entro cui muoversi è molto diverso. Perché firma e responsabilità, almeno per ora, restano comunque umane. Almeno nel nostro Paese. Tra gli anglosassoni, come capita spesso, certi processi sono già andati avanti. C’è più disponibilità a fare proprie nuove possibilità di ‘aiutarsi’ tecnologicamente.
Negli Stati Uniti
Secondo varie ricerche di settore, una quota crescente di americani si dice aperta all’‘AI-assisted estate planning’. La promessa è chiara: velocità, costi più bassi, linguaggio accessibile. Piattaforme digitali già oggi generano bozze di testamento in pochi minuti: rispondi a un questionario e l’algoritmo produce il documento.
La maggioranza delle persone riconosce l’importanza di pianificare la propria eredità, ma una larga parte tarda a redarre un documento formale. In questo spazio si inserisce l’AI, che contribuisce a trasformare il testamento da atto statico a processo dinamico: analizza il patrimonio, simula scenari fiscali, ricorda aggiornamenti dopo un figlio o un divorzio.
Eppure resta un nodo: molti indicano come lascito più importante non il denaro, ma memorie e relazioni. La legge chiede forma. L’eredità chiede senso.

In Italia c’è un limite chiaro
Il diritto italiano è meno flessibile. Il testamento olografo richiede tre elementi inderogabili: deve essere scritto interamente a mano, datato e sottoscritto.
Un testamento generato dall’AI e semplicemente stampato è nullo. Se invece viene ricopiato a mano, può essere valido.
L’AI può quindi suggerire, ma non sostituire l’autore. Il rischio non è la deriva tecnologica in sé, ma l’illusione di poter bypassare le forme giuridiche. Il risultato può essere una crescita di documenti imprecisi o inefficaci, in un contesto dove le controversie ereditarie sono già in aumento in diversi Paesi.
Allo stesso tempo, l’AI cambia il modo di pensare il testamento: non più atto unico, ma documento da aggiornare nel tempo, accompagnando la vita e le sue trasformazioni.
Bitcoin, NFT e token: come si ereditano gli asset digitali
Se il proprietario viene a mancare, chi prende il suo wallet? È una domanda sempre più concreta. Talmente attuale da essere stata al centro anche delle indicazioni del Consiglio Nazionale del Notariato sull’eredità digitale. La risposta, in sintesi, è semplice: senza pianificazione, spesso nessuno eredita alcunchè.
Prima regola: conoscere una password o una chiave privata non equivale a trasferire la proprietà giuridica del bene. Può anzi generare conflitti o contestazioni tra eredi. Gli asset digitali si dividono in due grandi categorie.
Non trasferibili come beni patrimoniali: identità digitali come SPID, firma elettronica, PEC, account personali o licenze software. Sono diritti legati alla persona e non si ereditano, anche se possono essere gestiti (chiusura, memorializzazione). Trasferibili: ovverosia criptovalute come Bitcoin o Ethereum, NFT, conti digitali, royalties, profili monetizzati. Hanno valore economico e rientrano nella successione.

Come inserirli in un testamento italiano? Le strade sono diverse, tutte delicate ma precise.
La prima è il testamento olografo: si può indicare l’esistenza degli asset e fornire istruzioni. Ma inserire direttamente le chiavi private è rischioso: chiunque acceda al documento potrebbe utilizzarle. Per questo si ricorre spesso alla nomina di un esecutore testamentario, incaricato di recuperare le chiavi conservate altrove.
La seconda è l’uso di strumenti contrattuali con effetti post mortem, con cui si incarica un soggetto di gestire l’accesso agli asset digitali. La loro efficacia, però, dipende anche dalle policy delle piattaforme.
La terza è il ricorso a strumenti come il trust, più diffusi nei sistemi anglosassoni ma utilizzabili anche in Italia, che permettono di separare la titolarità degli asset dalla gestione operativa.
Variabili virtuali
Opere digitali e token pongono ulteriori problemi. Un NFT è un certificato su blockchain, ma non sempre coincide con la proprietà dell’opera sottostante. Se il contenuto digitale è ospitato su un server che chiude, resta il token, ma perde valore economico e culturale.
Lo stesso vale per asset legati a piattaforme: token di videogiochi, terreni nel metaverso, oggetti digitali. Esistono finché esiste l’ecosistema che li sostiene. Anche per questo, la pianificazione deve includere non solo il trasferimento, ma la conservazione.
Sul piano fiscale, le criptoattività devono essere indicate nella dichiarazione di successione al valore di mercato alla data del decesso. Ma senza accesso alle chiavi, l’erede rischia di dichiarare un bene che non può utilizzare.
Un’eredità invisibile, ma concreta. E fragile. Perché il patrimonio del futuro non è solo quello che si vede. È quello che si può perdere senza lasciare traccia.









