Cerca
Alice for Children / MyAlice news / Il Kenya, le boarding school e l’evocazione del caning

Il Kenya, le boarding school e l’evocazione del caning

Indice

Caning, ovverosia il ritorno alle bacchettate punitive per gli studenti. Se ne parla in Kenya da qualche settimana a questa parte. Una associazione di donne parlamentari – Kewopa – che vuole fare sentire la propria voce al governo in maniera trasversale, lo auspica come fosse una svolta necessaria. E così è naturale pensare che sia in corso, oltre che la crisi di un modello scolastico, forse, anche quella del tessuto sociale e un patto generazionale.

 Quello che è successo a Utumishi non molto di più di un mese fa racconta l’uno e l’altro. Proteste, atti vandalici, incendi che hanno provocato la morte degli stessi studenti. E con questi episodi (lo dice un report della Croce Rossa che ha dichiarato di essere intervenuta in 37 incendi scolastici dall’inizio dell’anno) che invece di generare orrore sono stati imitati in altre strutture.

bandiera del kenya e caning. La foto di copertina è stata realizzata con l'AI

E così qualcuno in Parlamento alza la voce, evoca un passato triste e chiede il ritorno alle maniere forti. Ma che cos’è il caning? È l’uso del bastone, della ‘bacchetta’ diremmo da noi. È la punizione corporale. È l’idea che l’autorità possa essere ristabilita colpendo il corpo di uno studente. Una pratica che in Kenya è esclusa ormai da tempo dal sistema educativo, vietata dalla legge dello Stato e incompatibile con un’idea di scuola fondata sulla tutela dei minori.

Una ferita insanabile

La tragedia di Utumishi Girls Academy, nella contea di Nakuru, ha del resto aperto una ferita profonda. Nella notte del 28 maggio 2026 un incendio ha colpito un dormitorio della scuola, provocando la morte di 16 studentesse e decine di ferite. Secondo le prime ricostruzioni, non si sarebbe trattato di un incidente, ma di un rogo appiccato deliberatamente. Il fatto che alcune studentesse siano state sospettate o accusate di aver avuto un ruolo nell’incendio rende la vicenda ancora più dolorosa e complessa: non siamo soltanto davanti a una falla nella sicurezza scolastica, ma a un cortocircuito educativo, emotivo, sociale.

Per capire questa crisi bisogna spiegare cosa sono le boarding schools. Sono scuole con convitto: gli studenti non frequentano soltanto le lezioni, ma vivono all’interno dell’istituto, dormono nei dormitori, mangiano nella mensa scolastica e seguono la routine quotidiana della scuola per settimane o per l’intero trimestre. In Kenya sono molto diffuse, soprattutto nella scuola secondaria, e per molte famiglie rappresentano una promessa: studio continuativo, disciplina, protezione, pasti regolari, un ambiente percepito come più ordinato rispetto a contesti familiari o sociali fragili.

Pressione, ansia da prestazione, ma anche disperazione

Ma quando questo modello si irrigidisce, la promessa può trasformarsi in pressione. Dormitori affollati, regole molto severe, poco spazio di ascolto, ansia da esami, lontananza dalla famiglia, gerarchie difficili da mettere in discussione, bullismo: sono tutti elementi che possono accumularsi fino a far esplodere il disagio.

Gli incendi nelle scuole keniote non sono un fenomeno completamente nuovo, ma la loro ricorrenza, insieme alle proteste e alle chiusure preventive di diversi istituti, segnala qualcosa di più di una semplice emergenza disciplinare.

È qui che il dibattito sul caning diventa rivelatore. Di fronte a una crisi educativa, una parte della politica propone di tornare al castigo fisico, come se la paura potesse ricostruire il rispetto. Ma il rispetto non coincide con l’obbedienza imposta. E una scuola che ha bisogno della violenza per farsi ascoltare sta già dichiarando il fallimento del proprio patto educativo.

Non si tratta, naturalmente, di negare la gravità degli atti vandalici o degli incendi. Al contrario: proprio perché sono gesti estremi, pericolosi, inaccettabili, vanno presi sul serio. Ma prenderli sul serio significa chiedersi da dove arrivino.

Tensioni da sciogliere

Quali tensioni attraversano gli studenti? Quali frustrazioni non trovano parola? Quali spazi mancano per prevenire il conflitto prima che diventi distruzione?

Le scuole sostenute da Alice for Children non sono boarding schools come quelle oggi al centro della crisi. Non funzionano sul modello del convitto chiuso, separato dalla famiglia e dalla comunità. Il lavoro educativo che portiamo avanti negli slum di Nairobi e nelle aree rurali del Kenya parte da un presupposto diverso: la scuola non può essere solo il luogo del rendimento, ma deve diventare un presidio sociale.

Per questo i risultati scolastici contano, ma non bastano. Contano la presenza quotidiana dei social worker, il coinvolgimento delle famiglie, il monitoraggio delle situazioni più fragili, l’ascolto dei bambini e delle bambine, la capacità di intervenire prima che una difficoltà diventi abbandono, rabbia, isolamento. Contano l’educazione alla responsabilità, l’empowerment personale, la protezione, la salute, il lavoro paziente con le comunità. Si fa del proprio meglio, di tutto, per evitare che accada qualcosa di tremendo.

In contesti segnati da povertà, instabilità e vulnerabilità familiari, la scuola non può limitarsi a chiedere disciplina: deve costruire appartenenza. Non può soltanto pretendere risultati: deve creare le condizioni perché quei risultati diventino possibili. Forse la crisi che attraversa oggi una parte del sistema scolastico keniota dice proprio questo: che nessuna scuola regge davvero se resta sola. E che educare non significa solo governare gli studenti, ma ricostruire, ogni giorno, un patto di fiducia tra ragazzi, adulti, famiglie e comunità.

Il governo è preoccupato

L’ex ministro degli Interni, Fred Matiang’i, ha espresso preoccupazione per le sfide che il settore dell’istruzione si trova ad affrontare, sottolineando come i vincoli finanziari e i ritardi nei finanziamenti continuino a colpire le scuole di tutto il paese.

Gli attori del settore dell’istruzione hanno proposto diverse misure per affrontare la crisi, tra cui il rafforzamento dei servizi di orientamento e consulenza, il miglioramento della comunicazione tra scuole e genitori e il potenziamento dei sistemi di supporto agli studenti.

Una firma semplice.

Che però semplice non è.

Per chi fa la dichiarazione dei redditi in queste settimane, il 5×1000 rischia di passare inosservato

CF ALICE FOR CHILDREN
97452480151

Richiedi la tua guida sui lasciti

Leggi l'informativa Privacy