Il Kenya avanza con i suoi giovani e supera una soglia simbolica nella sua storia educativa e scolastica. Per la prima volta oltre un milione di studenti sono registrati per sostenere il KCSE, il Kenya Certificate of Secondary Education, l’esame nazionale che chiude il ciclo della scuola secondaria. ll KCSE è l’esame di stato finale che gli studenti kenioti sostengono al termine di quattro anni di scuola secondaria. Gestito dal Knec.a.ke, è il requisito fondamentale per accedere all’università o agli istituti tecnici. Le prove si svolgono solitamente nei mesi di novembre e dicembre. Prevedono una combinazione di 7 materie obbligatorie ed opzionali, tra cui matematica, lingua inglese e scienze.
Cinquantamila in più
Nel 2026 i candidati saranno 1.049.276. Un numero record, in crescita rispetto ai 993.226 studenti che avevano effettivamente sostenuto l’esame nel 2025 e ai 962.512 del 2024.
In due anni, dunque, il sistema scolastico keniota si è trovato davanti a una pressione crescente e visibile, con decine di migliaia di ragazze e ragazzi in più arrivati fino alla fine del percorso secondario.
È una notizia importante, perché racconta un Paese che cambia. Dietro quel milione non c’è solo la demografia, pur decisiva in una nazione giovane e in crescita. C’è anche l’effetto di anni di politiche pubbliche orientate ad aumentare l’accesso all’istruzione, a migliorare il passaggio dalla primaria alla secondaria e a tenere più studenti dentro il sistema. Più bambini e bambine entrano a scuola, più famiglie considerano l’istruzione un investimento necessario, più comunità vedono nel diploma una possibilità concreta di mobilità sociale.

Anche KJSEA e KPSEA milionari
Il dato del KCSE, però, non è isolato. Nel 2026 risultano registrati anche 1.193.200 studenti al KJSEA, la valutazione nazionale della Junior School introdotta nel quadro del nuovo Competency-Based Curriculum, e 1.300.864 candidati al KPSEA, l’esame della Primary School. Sommando le tre principali valutazioni nazionali, il Kenya porterà agli esami circa 3,54 milioni di studenti. Una massa enorme di candidati, che rende bene l’idea della trasformazione in corso, ma anche dello sforzo organizzativo richiesto allo Stato, alle scuole e al KNEC, il Kenya National Examinations Council.

Qui sta il punto politico e sociale della questione. Il record è una buona notizia, ma non è una notizia semplice. Più studenti significa più aule, più insegnanti, più materiali didattici, più supervisori, più correzioni, più trasporti, più fondi. Significa anche un sistema chiamato a reggere la riforma del curriculum e la costruzione di un percorso più orientato alle competenze, non solo alla memorizzazione.
Problemi fisiologici
Le difficoltà sono già emerse. La pubblicazione dei numeri è arrivata mentre il KNEC smentiva un post virale secondo cui l’ente avrebbe voluto reclutare personale non docente come esaminatori, supervisori e sorveglianti. L’ente ha definito falsa la notizia, ma la vicenda ha riaperto un tema reale: i ritardi nei pagamenti a insegnanti e professionisti coinvolti negli esami dell’anno precedente, attribuiti a vincoli di bilancio e di cassa.
Per il 2026/27 il Tesoro ha proposto di aumentare i fondi destinati al KNEC da 5,9 a 9,9 miliardi di scellini, dentro un budget dell’educazione che resta la voce più pesante della spesa pubblica.
Il Kenya, insomma, sta entrando in una nuova fase. La scuola non è più un sistema per pochi, ma un’infrastruttura nazionale attraversata da milioni di studenti. È il segnale di un Paese che investe sul proprio capitale umano. Ma è anche un promemoria: l’accesso, da solo, non basta. Servono qualità, continuità, insegnanti formati, strutture adeguate e risorse stabili. Altrimenti il rischio è che il successo quantitativo diventi una nuova forma di pressione sulle famiglie e sulle scuole.
Il milione di candidati al KCSE è quindi molto più di un record statistico. È una promessa. Ma, come tutte le promesse educative, chiede di essere mantenuta fino in fondo.
Il nostro ruolo nel sistema
È dentro questo scenario che si muove anche Alice for Children. Lo fa però nei luoghi in cui il diritto all’istruzione resta più fragile e precario: nelle discariche ai margini di Nairobi, negli slum, nelle aree rurali della savana. Qui, per molte famiglie, mandare un figlio a scuola non è mai una scelta scontata. Significa affrontare ogni giorno il costo delle rette, delle uniformi, dei materiali, del cibo, dei trasporti. Significa spesso scegliere tra bisogni ugualmente urgenti.
Per questo il nostro lavoro è parte concreta di quella crescita che oggi il Kenya racconta attraverso numeri sempre più grandi. Ogni bambina e ogni bambino che resta in classe, ogni ragazza e ogni ragazzo che arriva al diploma, ogni studente che riesce poi a formarsi per un lavoro, è un pezzo di quel cambiamento.

Ma per noi l’obiettivo non è solo accompagnare più studenti fino alla fine della scuola. È farlo dentro un percorso più ampio, quello che chiamiamo From Slum to Job: dalla scuola primaria alla secondaria, dalla formazione professionale all’inserimento nel mondo del lavoro.

Perché un diploma, da solo, può aprire una porta. Ma una formazione solida, continua, collegata alle competenze richieste dal mercato, può cambiare davvero una traiettoria di vita.
In questo senso, il saldo positivo della scuola keniota riguarda anche noi. Più accesso all’istruzione significa più futuro per tutti. Ma nelle comunità in cui lavoriamo, perché quel futuro diventi reale, serve una presenza quotidiana: nelle scuole, nelle famiglie, nella salute, nella nutrizione, nella protezione dei minori, nell’orientamento al lavoro.
È lì che Alice for Children prova a fare la differenza. Non sostituendosi al percorso di crescita del Paese, ma rendendolo possibile anche per chi rischierebbe di restarne ai margini. Perché ogni ragazza e ogni ragazzo che arriva al diploma con gli strumenti giusti non conquista solo un certificato: conquista una possibilità più concreta di scegliere, lavorare, emanciparsi dal disagio e costruire il proprio futuro.









