La giornata del 7 luglio, il Saba Saba Day, sta per concludersi. E per adesso, mentre scriviamo, il racconto dei media locali e internazionali sulla giornata segnala poche situazioni allarmanti. Il Kenya, invece, temeva una nuova giornata di violenze. Il Saba Saba di quest’anno arrivava infatti dopo due anni segnati da proteste, repressioni e vittime, con il ricordo ancora vivo delle manifestazioni del 25 giugno.

Al momento in cui scriviamo, tuttavia, non vengono segnalate situazioni paragonabili agli scontri più gravi del passato. Diverse iniziative si sono svolte pacificamente, anche se non sono mancati arresti, dispersioni con gas lacrimogeni e denunce contro l’atteggiamento delle forze dell’ordine.
Parlamento in primo piano
Più che affrontare una protesta già esplosa, il governo ha cercato di impedirne preventivamente la formazione. Fin dalle prime ore del mattino, Nairobi si è svegliata attraversata da posti di blocco, barricate e controlli. Le principali vie di accesso alla capitale – Thika Road, Mombasa Road, Lang’ata Road e Jogoo Road – sono state presidiate dalla polizia. L’area del Parlamento è stata chiusa con filo spinato, mentre numerosi matatu hanno sospeso il servizio o sono stati fermati prima di raggiungere il centro. Situazioni analoghe sono state segnalate nelle principali città e nelle aree considerate più sensibili del Paese. Ma del resto lo stesso tipo di situazione si era verificata circa due settimane fa, e pure in quel caso si era riusciti ad evitare il peggio.
Gli organizzatori avevano annunciato una marcia pacifica da Jeevanjee Gardens al Parlamento, con una partecipazione prevista tra mille e tremila persone. L’obiettivo era consegnare una petizione contro le esecuzioni extragiudiziali, le sparizioni forzate e l’uso eccessivo della forza da parte degli apparati di sicurezza. La polizia ha però dichiarato illegali gli assembramenti e alcuni attivisti sono stati fermati, anche da agenti in borghese, lungo Harambee Avenue.

Come detto, è una strategia già sperimentata il 25 giugno scorso, quando il Kenya ha ricordato il secondo anniversario dell’assalto al Parlamento del 2024. Anche allora le autorità avevano chiuso le strade verso il centro di Nairobi, circondato il Parlamento e arrestato oltre 350 persone. I manifestanti chiedevano giustizia per le vittime e maggiore trasparenza sul fondo di compensazione promesso alle famiglie. La polizia aveva utilizzato gas lacrimogeni, ma la massiccia operazione preventiva aveva evitato che la mobilitazione raggiungesse le dimensioni delle proteste precedenti.
Il precedente più drammatico resta però il Saba Saba del 2025. In quella giornata le manifestazioni degenerarono in numerose località, con scontri, saccheggi e una durissima risposta delle forze dell’ordine. La Commissione nazionale kenyota per i diritti umani arrivò a contare almeno 38 morti e 130 feriti, in gran parte giovani sotto i 25 anni. Tra le vittime vi furono anche minori e persone colpite mentre non partecipavano alle proteste. Centinaia furono arrestate e alcuni manifestanti vennero inizialmente accusati persino di terrorismo. Una grande inchiesta sul tema delle violenze della polizia fu portata avanti dalla BBC. Ma tutti i media internazionali furono concordi nel raccontare che dalla parte della polizia e delle forze speciali si era clamorosamente e tragicamente superato il segno.

La storia dell’appuntamento
Saba Saba significa semplicemente “sette sette” in swahili, ma per il Kenya è una data fondativa. Il 7 luglio 1990, oppositori, avvocati, religiosi e attivisti sfidarono il regime a partito unico di Daniel arap Moi chiedendo democrazia multipartitica. Il raduno previsto ai Kamukunji Grounds venne vietato e represso, ma aprì il percorso che portò nel 1991 alla fine del monopartitismo. Da allora il Saba Saba rappresenta il diritto dei cittadini a contestare il potere e a chiedere riforme.
Oggi quella memoria si intreccia ormai apertamente con la corsa elettorale. La IEBC ha fissato le elezioni generali per il 10 agosto 2027, con la campagna ufficiale dal 29 maggio al 7 agosto. Ruto sta già preparando la propria riconferma: rafforza l’UDA, consolida il governo “broad-based” e cerca alleanze con settori dell’ODM e con le leadership regionali.
Il presidente dispone dell’apparato dello Stato e beneficia di un’opposizione ancora frammentata. Ma governa un Paese inquieto, nel quale costo della vita, disoccupazione giovanile, corruzione e violenza politica restano temi decisivi. La capacità di impedire le proteste può garantire giornate più tranquille. Non è detto, però, che riesca a cancellare le ragioni che continuano a portare una parte del Kenya nelle strade.









