In Kenya le ultime preoccupanti stime sui disordini in corso nel Paese parlano di quattro morti e decine di feriti. Centinaia le persone arrestate. In corso c’è la protesta contro il caro carburante, che si è trasformata in una delle mobilitazioni più dure degli ultimi mesi, perché ha colpito il punto più sensibile della vita quotidiana: muoversi, andare al lavoro, portare i figli a scuola, far arrivare merci e cibo nei mercati.
Il prezzo della benzina
La miccia è stata l’ultimo aumento dei prezzi deciso da EPRA, l’autorità keniana per l’energia: dal 15 maggio al 14 giugno il prezzo della benzina super è salito a 214,25 scellini al litro a Nairobi, mentre il diesel è arrivato a 242,92 scellini (1,42 euro e 1,61 euro al litro) con l’aumento che viene vissuto come particolarmente pesante per il gasolio, carburante essenziale per matatu, camion, autobus e buona parte della logistica del Paese.
Reuters, ma anche AP, BBC Africa, il quotidiano The Nation ma anche Kenians.co.ke, collegano ovviamente il rincaro alle tensioni in Medio Oriente e alla guerra con l’Iran, che hanno compresso le forniture globali di petrolio e gas. Ma ci sarebbero anche tentativi di sfruttare la situazione in maniera perniciosa e illegale. In altri Paesi vicini, in condizioni meno vantaggiose il prezzo della benzina – ad esempio nel vicino Uganda – è rimasto molto più basso.

La protesta diffusa, le richieste degli scioperanti
E’ su questo aspetto che si è scatenata la protesta di Transport Sector Alliance, la sigla che riunisce operatori di matatu, camionisti, boda boda, taxi digitali, mezzi turistici e imprese della logistica. TSA ha annunciato uno sciopero nazionale a partire dalla mezzanotte di lunedì 18 maggio. Secondo Capital FM, lo sciopero ha coinvolto uno dei fronti più larghi mai visti nel settore dei trasporti keniano. La richiesta principale è il ritiro dell’aumento e una riduzione del prezzo dei carburanti intorno ai 152 scellini al litro, con un obiettivo di lungo periodo tra 140 e 150 scellini.

Il risultato, raccontato anche da The Nation con titoli molto netti come “total paralysis”, è stato un blocco quasi totale in molte aree urbane. A Nairobi le fermate si sono riempite di pendolari rimasti senza mezzi; molte stazioni dei matatu sono rimaste deserte; lungo arterie come Thika Road, Mombasa Road, Waiyaki Way, Jogoo Road e Ngong Road, i boda boda hanno visto esplodere la domanda, spesso abbandonando le app di ride-hailing per trattare direttamente con i passeggeri bloccati.

Disordini
Ma la protesta non è rimasta ordinata. Sempre The Nation ha parlato di manifestazioni “hijacked” da gruppi violenti: barricate, pneumatici incendiati, automobilisti molestati, episodi di rapina e tensioni a Kitengela e in altre zone. Reuters riferisce che le strade verso Nairobi sono state bloccate da operatori in sciopero e gruppi di manifestanti, mentre la polizia ha usato lacrimogeni in alcune aree. Il bilancio ufficiale comunicato dal ministro dell’Interno Kipchumba Murkomen è di quattro morti e oltre trenta feriti.
Il governo ha provato a difendere la scelta spiegando che i prezzi sono già in parte calmierati, ma l’incontro tra ministri e operatori dei trasporti non ha portato a una vera soluzione. Il presidente dell’associazione dei proprietari di veicoli per il trasporto pubblico, ha detto che non c’è stato accordo e che lo sciopero sarebbe continuato.

Economia fortemente influenzata dal costo della benzina
La questione, però, va oltre il prezzo alla pompa. In Kenya il carburante è il sangue dell’economia: se sale il diesel, salgono le tariffe dei matatu, il costo dei beni alimentari, le consegne, il prezzo dei prodotti nei mercati.
Per questo la protesta parla di molto più che di benzina. Parla di famiglie già sotto pressione, di lavoratori informali che vivono giorno per giorno, di studenti che non arrivano a scuola, di piccoli commercianti che non ricevono merci, e di un Paese in cui ogni aumento dei costi di base diventa immediatamente una crisi sociale.
Cosa succede a Nairobi. Parla lo staff di Alice for Children.
Impatta, ovviamente, la situazione sulla vita dei nostri ragazzi, le scuole, il nostro staff a Nairobi. Da Milano siamo in costante contatto con l’Alice Village e monitoriamo la situazione. Ci scrive Edwin Mulandi, il nostro assistente sociale a Tom Mboya: “Ieri, lunedì, quando è partito lo sciopero, per l’intera giornata è stato impossibile circolare per tutti i veicoli, pubblici e privati. Oggi, con una presenza imponente e pesante della polizia lungo le strade la circolazione è ristretta per lo più al traffico privato, ma con i boda bodas in attività ma con un rincaro del 300%”.
Altro assistente sociale, Cornelius, segnala la presenza di improvvisate barricate in alcune vie di grande percorrenza e i rischi straordinari di avere a che fare con gang di malviventi. Gruppi che si sono resi più attivi anche avendo la possibilità di vedere per strada, fuori dalle rotte sicure dentro i mezzi di trasporto pubblici e privati, pedoni che non conoscono i contesti.
Anche dal nostro personale infermieristico arrivano notizie (e video) che raccontano di una situazione tesa, con la maggior parte dei negozi chiusi, molte strade bloccate.
Iscah, invece, al coordinamento delle attività educative, conferma la rarefazione dei mezzi di trasporto e come i pochi boda boda si muovano solo su tragitti brevi e mai affrontando le strade principali.
Il nostro amico Korir, che lavora all’amministrazione e al procurement, ci scrive: “Le proteste in corso dei matatu hanno interrotto molte delle attività di trasporto, compromettendo la puntualità delle consegne di cibo e il coordinamento logistico generale. La zona in cui vivo rimane calma e sicura, anche se gli spostamenti sono attualmente limitati. Tuttavia, i ritardi e l’aumento dei costi operativi continuano a incidere sull’efficienza delle forniture”.









