Ancora Alluvioni. Le piogge stagionali in Kenya, che tra marzo e maggio segnano tradizionalmente il periodo delle ‘long rains’, stanno ancora una volta trasformandosi in un’emergenza umanitaria. Nell’ultima settimana, le inondazioni hanno causato almeno 18 morti, per lo più per annegamento, e colpito oltre 54.000 famiglie in tutto il Paese. Di queste, circa 6.000 si trovano nella capitale, Nairobi, dove interi quartieri informali sorgono in aree particolarmente vulnerabili agli allagamenti.
Non si tratta solo di numeri. Le conseguenze si vedono nella vita quotidiana: decine di scuole e ospedali invasi dall’acqua, 17 strade rese impraticabili, comunità isolate. Nella Rift Valley occidentale, frane e smottamenti hanno costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Più a est, lungo i bacini dei fiumi Tana e Athi, le autorità hanno invitato la popolazione a spostarsi verso zone più elevate, mentre i livelli delle dighe idroelettriche continuano a salire sotto la pressione delle piogge persistenti.

Crisi sempre più frequenti
Questa crisi si inserisce in un quadro ormai ricorrente. Solo poche settimane fa, alla fine di marzo, le vittime legate alle piogge avevano già superato quota 100.
Il Dipartimento meteorologico nazionale ha avvertito che le precipitazioni intense continueranno almeno per le prime due settimane di maggio, prolungando una situazione di forte instabilità.
Negli ultimi anni, la stagionalità delle piogge in Kenya è diventata sempre più imprevedibile: periodi di siccità estrema si alternano a precipitazioni violente e concentrate, con effetti devastanti su territori e comunità.

Il fenomeno non riguarda solo il Kenya, ma l’intera Africa orientale. Paesi come Somalia, Etiopia e Tanzania stanno sperimentando dinamiche simili, in un contesto segnato da vulnerabilità strutturali: urbanizzazione rapida e spesso non pianificata, infrastrutture insufficienti, sistemi di drenaggio inadeguati.
A questo si aggiunge la pressione demografica nelle aree urbane e periurbane, dove molte famiglie vivono in insediamenti informali costruiti lungo fiumi o su terreni instabili.
Cambiamento climatico
Alla base di questa crescente instabilità c’è anche il cambiamento climatico. L’aumento delle temperature globali altera i cicli atmosferici e intensifica gli eventi estremi: quando piove, piove più forte e in tempi più brevi.
In Africa orientale, fenomeni come El Niño amplificano ulteriormente queste dinamiche, contribuendo a stagioni delle piogge più intense e distruttive. Il risultato è una spirale che alterna siccità prolungate – con impatti su agricoltura e sicurezza alimentare – a inondazioni improvvise che cancellano raccolti, infrastrutture e abitazioni.
In questo contesto, le alluvioni non sono solo eventi naturali, ma crisi sistemiche. Colpiscono in modo sproporzionato le fasce più fragili della popolazione, aggravando disuguaglianze già profonde. Quando una scuola si allaga, l’interruzione non è temporanea: per molti bambini significa perdere settimane o mesi di istruzione. Quando una famiglia perde la casa o il lavoro informale, la possibilità di riprendersi è minima.

Guardando al Kenya di oggi, emerge con chiarezza una sfida duplice: gestire l’emergenza nell’immediato e costruire resilienza nel lungo periodo. Investimenti in infrastrutture, pianificazione urbana, sistemi di allerta precoce e protezione sociale sono sempre più urgenti. Ma serve anche un cambio di prospettiva: riconoscere che questi eventi non sono eccezioni, bensì la nuova normalità climatica con cui l’intera regione dovrà fare i conti nei prossimi anni.
Due anni fa…
Due anni fa, molte delle famiglie delle baraccopoli di Dandora e Korogocho erano già state messe in ginocchio da un’alluvione simile. In quel contesto, l’emergenza aveva coinvolto direttamente anche le comunità sostenute da Alice for Children, che era intervenuta per supportare i nuclei travolti dall’acqua: offrendo ospitalità temporanea ad alcune famiglie, supportando economicamente altre e garantendo beni essenziali come cibo e vestiti.
A quegli eventi erano seguite le operazioni di abbattimento nella cosiddetta “riparian area” da parte del governo, con ulteriori conseguenze per chi viveva lungo i corsi d’acqua. Oggi, in questa nuova fase di piogge intense, i ragazzi e le ragazze della comunità non sono stati colpiti direttamente dall’emergenza. Un dato che racconta quanto la prevenzione, il lavoro quotidiano e la costruzione di percorsi più stabili possano fare la differenza, anche dentro contesti che restano profondamente esposti.









