Ancora la SHA, il nuovo sistema sanitario keniota, in primo piano. Un recente articolo del Manifesto usa il caso della Social Health Authority keniana per raccontare una contraddizione sempre più centrale nei sistemi sanitari contemporanei. La promessa, cioè, di finanziare l’accesso alle cure per i meno abbienti, dopo averli però classificati, misurati e profilati attraverso enormi database di dati personali e sensibili.
La SHA, promossa dal governo di William Ruto, nasceva con un obiettivo ambizioso: estendere la copertura sanitaria in un Paese dove gran parte della popolazione lavora nell’economia informale e non ha redditi facilmente verificabili.

Per decidere quanto ogni famiglia dovesse contribuire, il sistema ha adottato un Proxy Means Test, cioè un metodo che stima la povertà attraverso indicatori indiretti: tipo di abitazione, materiali del tetto, servizi igienici, elettricità, beni posseduti.
Leggere i bisogni
Il punto critico è proprio qui. Un algoritmo non si limita a “leggere” la povertà: la interpreta secondo criteri stabiliti da qualcuno. E se quei criteri sono opachi, incompleti o costruiti su indicatori troppo rigidi, il rischio è trasformare uno strumento di welfare in un meccanismo di esclusione. L’inchiesta citata anche dal Guardian ha rilevato che il sistema SHA avrebbe sovrastimato il reddito di molte famiglie povere, imponendo premi sanitari non sostenibili, mentre avrebbe sottostimato quello di nuclei più benestanti. In altre parole: la promessa di universalismo sanitario si è scontrata con una tecnologia selettiva, capace di decidere chi è “abbastanza povero” per essere aiutato e chi no.
Questo è il nodo politico dei big data sanitari nell’era dell’intelligenza artificiale. I dati possono rendere più efficiente un sistema pubblico, intercettare bisogni, prevenire malattie, distribuire meglio risorse scarse. Ma possono anche diventare una nuova infrastruttura di controllo sociale. Tutto dipende dal criterio con cui vengono usati: democratico o tecnocratico, inclusivo o punitivo, universalistico o selettivo. La salute non è un servizio qualunque. Segmentare l’assistenza significa decidere chi ha diritto alla gratuità, chi deve contribuire, chi resta ai margini. E quando questa decisione viene affidata a un algoritmo poco trasparente, l’ingiustizia può apparire neutrale, matematica, inevitabile.

Gli aiuti USA, i dati sanitari africani e la nuova frontiera della cooperazione
La questione diventa ancora più delicata se la si collega alla nuova politica sanitaria statunitense verso l’Africa. Il Kenya è stato il primo Paese africano a firmare, il 4 dicembre 2025, un accordo quinquennale con gli Stati Uniti nel quadro della nuova “America First Global Health Strategy”: Washington si è impegnata a destinare oltre 1,6 miliardi di dollari al sistema sanitario keniano, mentre Nairobi ha promesso di aumentare la propria spesa sanitaria di 850 milioni di dollari in cinque anni. Il nuovo modello arriva dopo lo smantellamento di USAID e sposta il baricentro dagli aiuti multilaterali e dalle ONG verso accordi bilaterali tra governi.
Ma anche qui il cuore del problema sono i dati. Il Manifesto ha raccontato l’accordo come un passaggio in cui le cartelle sanitarie dei cittadini keniani diventano parte della posta in gioco della cooperazione: aiuti, digitalizzazione e rafforzamento del sistema sanitario in cambio di accesso a informazioni sanitarie estremamente sensibili. Carnegie ha definito il caso keniano uno “stress test” per la nuova strategia globale americana, ricordando che le contestazioni legali riguardano privacy, trasparenza, protezione dei dati, accesso estero a informazioni sensibili e persino la copertura fiscale degli impegni assunti dal governo keniano.

I dati e il diritto alla salute
La querelle è ancora aperta. La High Court keniana aveva sospeso parti dell’accordo, poi l’intero framework, in attesa di chiarire i profili costituzionali. Il 30 aprile 2026 la stessa High Court ha rifiutato di archiviare una petizione costituzionale sul data-sharing sanitario, sostenendo che una controversia di interesse pubblico non può essere chiusa solo per accordo privato tra le parti. Il 13 maggio 2026, però, la Court of Appeal ha temporaneamente sospeso gli ordini conservativi che bloccavano l’accordo, consentendo al governo di procedere in attesa della decisione sull’appello.
Il caso Kenya mostra dunque la nuova frontiera della salute globale: non solo ospedali, vaccini, personale medico e farmaci, ma dati. E i dati sanitari, soprattutto in Paesi giovani, popolosi e ancora poco digitalizzati, sono una risorsa strategica enorme. Possono servire a curare meglio. Oppure a costruire nuove dipendenze. La domanda decisiva resta politica: chi possiede questi dati, chi li governa, chi li usa, e per quale idea di diritto alla salute.









