Usa – con Donald Trump ed il suo fido ‘Doge’ Elon Musk in primo piano – contro il ‘povero’ Sud Africa, da cui, tra le altre cose, il magnate della Tesla proviene. Ma anche contro l’Africa in generale e l’intero pianeta ed il sud del mondo, in particolare.
Il presidente degli Stati Uniti ha recentemente accusato il Sudafrica di confiscare terre e proprietà in maniera discriminatoria e ha annunciato che gli US taglieranno tutti i futuri finanziamenti al paese fino a quando non sarà completata un’indagine sulla situazione.

Ma la presa di posizione contro il Sudafrica non è l’unica iniziativa forte di politica internazionale che chiama in causa l’Africa presa nelle ultime settimane. Fa parte di una serie di decisioni che finiscono per avere un potenziale fortemente destabilizzante ed un pesante effetto negativo per il destino del continente. Un area del mondo con il più marcato e promettente saldo demografico positivo, ma anche con i più pesanti problemi da affrontare in termini di climate change nei prossimi decenni.
Il ritiro degli Usa dagli accordi di Parigi sul clima è una di queste scelte clamorose, ed è perfettamente omogenea anche la decisione di lasciare l’OMS.

Nell’offensiva ‘cinica’, lanciata di fatto contro i Paesi più poveri del pianeta, Trump ha anche criticato l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid), definendola gestita da “pazzi estremisti di sinistra”. E subito dopo Elon Musk ha annunciato di volerla chiudere azzerando i fondi.

Il caso OMS
Data per assodata o quasi l’uscita Usa dall’OMS, nell’organizzazione si sta pensando a come fronteggiare questa nuova fase della storia della cooperazione globale in tema sanitario. Il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha chiesto ai governi partecipanti di esercitare pressioni sugli Stati Uniti affinché rivedano la decisione.
Ma c’è pure chi in seno all’OMS sostiene come serva pensare ad una sorta di piano B. E che bisogna fare in fretta a trovare una nuova maniera di procacciare le risorse che servono all’organizzazione per mandare avanti tutti i progetti in carico, avendo presente come altrimenti possano essere immediatamente pesanti le conseguenze di questa scelta di Trump.
Anche la decisione di interrompere l’elargizione dei fondi USAID, del resto, minaccia di avere effetti drammatici per alcune delle battaglie ed emergenze sanitarie in giro per il pianeta.
Molti esperti ritengono che la chiusura di USAID senza l’approvazione del Congresso violerebbe la legge e la separazione dei poteri stabilita dalla Costituzione degli Stati Uniti.
Ma non c’è dubbio che – anche se gli Usa dovessero tornare nell’OMS o pensare di tenere in vita UAID, quella che comunque si profila di qui in avanti è una fase storica in cui gli Stati Uniti saranno decisamente meno ‘generosi’. E vorranno verificare e vedere rendicontati i soldi impiegati, investimenti umanitari compresi, controllando anche quanto verrà proporzionalmente garantito dagli altri Paesi del globo che hanno paragonabili responsabilità e risorse da mettere in campo.

Un drammatico problema di risorse per Ebola, Marburg, MPox, Aids
Nell’immediato però, i problemi economici che si porranno sul piano umanitario nei prossimi mesi, appaiono giganteschi. Stando solo al contributo dato dagli States all’OMS, il rischio di un clamoroso black out di alcune partite sanitare delicate è altissimo. I numeri da questo punto di vista – ricostruisce un’analisi di Euronews – sono spietati: per il periodo 2024-2025, era previsto infatti un utilizzo di fondi Usa pari 949,7 milioni di euro, pari a circa il 14 per cento del budget complessivo di 6,6 miliardi di euro dell’organizzazione. I finanziamenti statunitensi, oltre tutto, coprono di regola fino al 40% dei costi di alcune operazioni attualmente in atto contro le principali emergenze sanitarie.
In queste ultime settimane l’Oms ha tentato di incassare i fondi Usa per le spese già messe in agenda ed effettuate, ma la maggior parte di queste richieste non ha avuto esito e i conti dell’agenzia sono in profondo rosso.
In tema emergenze globale, a rischio ci sono, tra gli altri, senza l’apporto massiccio Usa, gli interventi in Medio Oriente, Ucraina e Sudan, i programmi di eradicazione della polio e dell’Hiv. A rischio anche le attività contro la tubercolosi in Europa, in Africa e nel Pacifico occidentale.
Effetto indebolimento anche per altre crisi sanitarie, con l’Oms più fragile nel cercare di ostacolare il virus Marburg in Tanzania, l’Ebola in Uganda e dell’Mpox nella Repubblica Democratica del Congo.
In Kenya, in casa di Alice for Children
In Africa ed in Kenya in particolare – tornando agli orizzonti di intervento di Alice for Children – il timore fondato è che dopo anni di lotta molto efficace all’HIV, senza gli antiretrovirali provenienti dagli Stati Uniti, si rialzino le percentuali di malattie e decessi legati all’Aids, ma anche le infezioni legate alla scarsa disponibilità di farmaci antimalarici e anti-tbc.
In Kenya attualmente, quasi 1,4 milioni di persone convivono con il virus. Il trattamento della sindrome da immunodeficienza acquisita, ha contribuito a ridurre drasticamente la trasmissione materno-infantile, ora scesa al 7%, solo il 2% in più rispetto all’obiettivo globale del 5%. L’agenzia governativa Kemsa, che si occupa della gestione dei farmaci, ha avvertito che le scorte di antiretrovirali e altri farmaci essenziali potrebbero durare solo sei mesi. E per il Paese e i contesti più fragili così, con in primo piano gli slum di Dandora e Korogocho dove opera Alice for Children, il rischio è quello di un terribile ritorno ai periodi più foschi di contagio della malattia e della sua progressione senza contrasto.
L’impegno a Dandora e Korogocho
Alice for Children, grazie al programma Alice for Health fornisce assistenza sanitaria a centinaia di bambini e famiglie delle baraccopoli di Nairobi. All’interno di questo programma a difesa del diritto alla salute, si inserisce anche un’attenzione particolare per i trattamenti necessari per mantenere sotto controllo malattie particolarmente gravi, come HIV appunto ed anemia falciforme.
Molti dei bambini che vivono nel nostro orfanotrofio e che frequentano le nostre scuole sono affetti da una di queste due malattie, estremamente debilitanti e pericolose se non curate costantemente e nel modo corretto. Malattie che necessitano inoltre di una regime alimentare specifico, che non sarebbe possibile senza il nostro programma di sostegno alimentare rivolto a bambini e famiglie dello slum.
Per le famiglie portare i bambini e le bambine nelle nostre strutture scolastiche significa allontanarli da contesti dove è scarso il controllo sulla loro salute e offrire loro un ambiente pulito e sicuro dove sentirsi protetti. Non solo, rappresenta un rifugio sicuro da abusi e violenze sessuali, che costituiscono alcune delle fonti principali di contagio per migliaia di persone delle baraccopoli di Nairobi.









