Tayyip Erdogan grande mediatore. In difficoltà in patria con l’economia strozzata ancora dall’inflazione ed una grande protesta e opposizione ‘laica’ in fermento nelle grandi metropoli Istanbul e Ankara, Erdogan ha appena messo a segno alcuni colpi rilevanti sul piano della politica internazionale.
La Turchia si è appena intestata, infatti, la cacciata di Assad dalla Siria, stroncando le velleità di rafforzamento del cosiddetto ‘corridoio sciita’. Ma contemporaneamente è intervenuto anche su almeno due fronti caldi africani.
Se Vladimir Putin sembra quindi ritrarsi – lasciando ad Africa Korps la gestione di relazioni e affari nei vari Paesi in cui la Russia si è fatta avanti – a volere giocare una sua partita pare ora indirizzato il presidente turco.

Erdogan ha appena ospitato ad Ankara il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud e il primo ministro etiope Abiy Ahmed. Ed ha pianificato un viaggio nei due Paesi, altro momento chiave nel suo lavoro di mediazione tra i due vicini del Corno d’Africa sempre in tensione.
Un impegno che ha già dato i suoi frutti. Il clima si era surriscaldato quando l’Etiopia, senza sbocco sul mare, per garantirselo all’inizio dell’anno aveva stretto un accordo con i separatisti del Somaliland, per garantirselo, affittando un tratto di costa da destinare a un porto e a una base militare. In cambio, il Somaliland avrebbe ottenuto il riconoscimento formale della sua indipendenza da Mogadiscio.

La Turchia è intervenuta per mediare all’inizio dell’estate, portando a casa l’accordo che ha ricevuto la benedizione dell’Unione Africana oltre che quella occidentale.
Un nuovo obiettivo diplomatico
Forte di questo indubbio successo diplomatico, Erdogan vuole ora mediare anche tra Sudan ed Emirati Arabi Uniti. Il governo del Sudan accusa gli emiri di aiutare i nemici interni dell’RSF.
Erdogan ha già avuto una telefonata con il leader militare sudanese e si è offerto di mediare per risolvere la questione. Erdogan ha detto al generale Abdel-Fattah Burhan che i “principi fondamentali della Turchia includono l’instaurazione della pace e della stabilità in Sudan, la preservazione della sua integrità territoriale e sovranità e la prevenzione del paese dal diventare una zona di interventi esterni”.
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