Kenya e cambiamento climatico. In prima pagina su Nation – media d’informazione popolare nel Paese – campeggiano due titoli alla fine strettamente collegati. Molte persone – in quella che dovrebbe essere ancora la stagione delle piogge scarse, in coda ad un periodo ancora turisticamente significativo – si stanno sorprendendo per le precipitazioni abbondanti che stanno colpendo tutti i territori nella seconda metà di gennaio.
La sensibilità sul tema oltre tutto si è alzata da quando lo scorso anno un numero record di uragani di fortissima intensità aveva prodotto alluvioni e allagamenti gravissimi, specie nelle zone che fiancheggiano i tanti corsi d’acqua di Nairobi, danneggiando le case dei più poveri e innescando una serie di abbattimenti governativi di abitazioni precarie che comunque costituivano l’unico possibile rifugio per molte famiglie povere.

Le condizioni meteorologiche di gennaio, con piogge torrenziali nella capitale e in altre parti del paese, stanno causando allagamenti e interruzioni di corrente. E anche se non sono attesi problemi della stessa entità del periodo dopo marzo del 2024, comunque è stato diramato un’allerta meteo per ulteriori piogge attese nei prossimi giorni.
Il clima in Kenya. Di regola…
In Kenya, il clima nel corso di un anno di regola propone due stagioni umide e due stagioni secche. La lunga stagione delle piogge (Masika) dura da marzo a maggio. La breve stagione delle piogge (Vuli) dura da ottobre a dicembre. In tema stagioni secche, invece, la lunga stagione secca dura da giugno a ottobre, mentre la breve stagione secca: dura da gennaio a febbraio.

Così, in questo contesto in cambiamento, è interessante notare come molte comunità tradizionali stiano iniziando a esplorare nuove fonti di reddito e sussistenza, compresa l’acquacoltura, per migliorare la loro qualità di vita e sostenere l’economia locale.
La sfida dei Maasai
La comunità Maasai, che tradizionalmente dipende dall’allevamento del bestiame per esigenze economiche e alimentari, si è spostata verso mezzi di sostentamento alternativi, come l’agricoltura, a causa delle ricorrenti siccità che causano ingenti perdite di bestiame.

Nation racconta come l’allevamento ittico sia diventata una opzione della comunità a Tilapia, perché risulta facile da gestire e soddisfa la crescente domanda di pesce come fonte proteica. Il pesce poi, come è molto apprezzato in Occidente, è ricco di omega-3, che svolgono un’azione anti infiammatoria utile per la salute del cuore e del cervello.
Tuttavia, anche su questo fronte alternativo non mancano le difficoltà aggiuntive poste dal cambiamento climatico, a partire dall’evaporazione dell’acqua e da mercati ancora limitati che non rendono automatico il successo dei nuovi allevatori Maasai.









