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Banca Mondiale chiede al Kenya tasse più alte dal ceto medio

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Le tasse nel Kenya si alzeranno, per lo meno si alzerà l’aliquota di molti dei dipendenti. Due indizi fanno una prova. La prima arriva dalle stime sull’andamento dell’economia keniota. In crescita sempre robusta, ma inferiore alle previsioni di inizio anno. Colpa delle minacce trumpiane alle economie deboli e a quelle africane in particolare.

Rischi che il presidente del Kenya, William Ruto, molto criticato in patria, ma attivissimo nella diplomazia del business, non è riuscito ad attutire con i tanti accordi strategici siglati nell’ultimo periodo, in primis con la Cina ma anche con gli Emirati.

Ruto in Cina con Xi

Tasse in Kenya, paghi chi può

La Banca Mondiale ha ridotto di mezzo punto percentuale le previsioni di crescita del Kenya per quest’anno rispetto alle stime iniziali, portandole al 4,5%, citando l’elevato livello del debito, gli alti tassi di interesse e il calo del credito al settore privato. L’indebitamento interno, unito agli elevati tassi di interesse sui prestiti, rischia di soffocare il settore privato. Secondo il rapporto, sono aumentati anche i crediti inesigibili, soprattutto tra i piccoli istituti di credito commerciali, aggravando la situazione.

Il rapporto di Banca Mondiale dice inoltre che il governo ha utilizzato il mercato interno per finanziare il proprio bilancio a causa della riduzione dei finanziamenti provenienti da fonti esterne, mentre i crediti non riscossi e il calo delle entrate fiscali hanno compromesso gli sforzi di risanamento delle finanze pubbliche.

Ruto negli Emirati

Sorpasso e diplo-economia

Il Kenya è di recente diventata la più grande economia dell’Africa orientale, avendo appena superato l’Etiopia, pure molto più popolosa, in termini di PIL. Nairobi – ora però dicono le ultime stime – ha registrato tassi di crescita annuali robusti, ma l’elevato debito pubblico, i rimborsi, le disuguaglianze economiche e le questioni relative alla governance hanno frenato la sua performance. Dalla stessa Banca Mondiale un consiglio non del tutto disinteressato.

Il problema del debito e delle risorse da destinare agli investimenti produttivi. Secondo lo stesso organismo internazionale la soluzione più plausibile è quella che prevederebbe un aumento dell’aliquota che pagano al fisco alcuni ceti.

Per la Banca Mondiale dovrebbe essere ridotto – ma cercando di lottare contro l’evasione molto diffusa – l’importo delle tasse che pagano i redditi più bassi. Più alta la percentuale da destinare al fisco per i redditi medi, in particolare, il 38 percento dei loro stipendi all’erario per le tipologie che hanno l’imposta Pay As You Earn (Paye).

Pass as you earn

In Kenya, il sistema Pay As You Earn (PAYE) è un metodo di tassazione sul reddito che si applica a tutti i lavoratori dipendenti, indipendentemente dal livello di reddito. Non è un’imposta esclusiva per i più ricchi, ma piuttosto un sistema di trattenuta fiscale diretta sui salari e stipendi, con aliquote progressive basate sul reddito mensile. Inoltre la Banca Mondiale ha chiesto al governo di Ruto l’eliminazione delle esenzioni su alcune imposte sui consumi, al fine di aumentare le entrate

Comunque sia, sic rebus stantibus, la Banca Mondiale ha ridotto di mezzo punto percentuale le previsioni di crescita del Kenya per quest’anno rispetto alle stime iniziali, portandole al 4,5%, citando l’elevato livello del debito, gli alti tassi di interesse e il calo del credito al settore privato.

Il Kenya, la più grande economia dell’Africa orientale, ha registrato tassi di crescita annuali robusti, ma l’elevato debito pubblico, i rimborsi, le disuguaglianze economiche e le questioni relative alla governance hanno frenato la sua performance.

Tornando, invece, alle performance dell’economia tarate al +4,5% nel 2025, vale la pena ricordare il saldo positivo era stato del 4,7% lo scorso anno, in calo rispetto al 5,7% dell’anno precedente. Secondo la Banca Mondiale, la crescita dovrebbe riprendere a circa il 5,0% nei prossimi due anni.

Una firma semplice.

Che però semplice non è.

Per chi fa la dichiarazione dei redditi in queste settimane, il 5×1000 rischia di passare inosservato

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