Spaghetti e cucina italiana, non bisogna banalizzare l’abbinata. A Nairobi il mix svolge un ruolo per molti versi inatteso. Offre una via efficace di ‘salvezza’ ai ragazzi che vivono negli slum a fianco della incredibile e pestilenziale discarica di Dandora. Scrittore e giornalista, Angelo Ferracuti è l’autore di ‘Sogno piatti di spaghetti per guarire la mia Africa’, un lungo reportage pubblicato su La Lettura del ‘Corriere della Sera’ nel cuore dell’estate.

Un pezzo che parlando dell’esperienza di Alice for Children in Kenya si sofferma anche su AIFA, la scuola di cucina italiana creata dalla nostra associazione. E tra le testimonianze raccoglie anche quella di Simon, ex Grapesyard (scuola elementare) e studente della scuola di cucina, che ora fa con successo il cuoco in un resort e si vanta: “Sono stato io a portare qui le lasagne”.

Nella filosofia di intervento di Alice for Children (From Slum To Job), scuola e lavoro sono essenziali strumenti di emancipazione dalla povertà e dall’indigenza. AIFA, è un momento decisivo del percorso (assieme alla specializzazione nel Digital), ed ha consentito a molti dei ragazzi di trovare la propria strada, uscendo da un incubo e liberandosi dalla filiera della discarica.

Angelo, gli spaghetti e le storie di trasformazione
Angelo è arrivato in Africa perché ama le storie di rinascita e trasformazione. Nel reportage ha ‘intervistato’ alcuni di questi ragazzi che sono riusciti a farcela. “Il mio lavoro – spiega Ferracuti – è solo all’inizio, tornerò in Kenya, andrò in Etiopia, Tanzania, Togo e tanti altri Paesi. E l’idea è quella, magari, alla fine, di metterle assieme in un libro queste storie di riscatto”.

La scelta di tono del reportage non è neanche quella banale. “Una scrittrice nigeriana mia amica – racconta il giornalista – mi ha suggerito di preferire ‘una narrazione della speranza’. Perché è molto facile, per certi versi troppo – continua Angelo – parlare delle tante cose terribili che ci sono e succedono in Africa. Violenza, povertà, tragedie disumane, guerre. E ferite, cicatrici, disagi che fanno inevitabilmente parte dell’interiorità di questi ragazzi e della realtà di quei posti. Non bisogna nascondere nulla – continua Ferracuti – ma bisogna pure raccontare le tante cose buone che stanno accadendo in quel continente e schiudono un orizzonte di speranza”.
Opzioni per una possibile salvezza
Non bisogna occuparsi solo delle tragedie, quindi. “Personalmente mi sono convinto che parlando solo del peggio si rischia soltanto di continuare a produrlo. La storia di Alice for Children a Nairobi, ad esempio, racconta bene come si possa aprire un barlume di speranza nella vita di ragazzi che altrimenti sarebbero certamente destinati ad un futuro molto cupo. Sono stato con il vostro fondatore Diego Masi negli asili e nelle scuole costruite a fianco della surreale e terribile discarica di Dandora, che ho visitato. E mi ha molto impressionato, per converso, la serenità ed il silenzio che regnano all’Alice Village di Utawala. Un’oasi di pace in cui ricostruirsi, un luogo dove i bambini dell’orfanotrofio possono ragionevolmente immaginare una prospettiva di ‘salvezza’ e umana. E poi ho visto la marea di bambini e ragazzi che strappati alla filiera della discarica ora studiano e fanno sport e questo mi ha confermato che è molto saggio il principio di Masi, che crede fermamente che il mondo si guarisce con lo studio e il lavoro”.

Nel reportage Angelo raccoglie le considerazioni del fondatore di Alice for Children sul futuro del Kenya e dell’intero continente. “L’Africa – sottolinea Masi nell’articolo – ha un miliardo di persone con un’età media inferiore ai 19 anni, un miliardo e mezzo di cittadini in età da lavoro: la forza lavoro del mondo nei prossimi anni si troverà solo in Africa. La gioventù africana avanza come un vero e proprio tsunami e cambierà gli equilibri politici di molti Paesi e del mondo intero”.

Interessanti sono le testimonianze di alcuni studenti di AIFA raccolte da Ferracuti. Oltre a quella di Simon, lo scopritore della lasagna, quella di Meja, in attesa di una nuova fase di tirocinio nella mesa dell’ospedale. Ma anche quelle di Grace e Micere, cresciute nell’orfanotrofio dell’Alice Village ed ora in organico ad un locale italiano di Nairobi che si chiama ‘Non solo Gelato’.
Il concetto chiave
“Ed è interessante verificare come questi ragazzi abbiano capito benissimo e condividano il concetto chiave, che solo la scuola ed un percorso di formazione completo danno alla gioventù africana qualche probabilità di riscatto”. Ferracuti ha ‘fotografato’ nel lungo servizio anche altre storie difficili del mondo che ruota attorno alla grande discarica. Quella di Ngugi e quella di Wangui, ad esempio.

“Tutti i ragazzi, ma anche il vostro staff mi hanno coccolato. La visita a Dandora – racconta e conclude Angelo – è stata anche per me che ho visto tante situazioni delicate e particolari in giro per il mondo un’esperienza molto forte, trasformativa. Un passaggio importante della mia vita ed un ‘viaggio’ che consiglio a tutti di fare per capire di più la realtà in cui viviamo e guardare meglio dentro se stessi”.









