Alassane Ouattara in Costa d’Avorio e Paul Biya in Camerun sono stati riconfermati presidenti della repubblica dei due Paesi africani in un contesto politico controverso. Entrambi sono ultraottantenni e hanno consolidato il potere in contesti dove l’opposizione è sistematicamente indebolita o esclusa. Le elezioni sono state caratterizzate da bassa competitività, accuse di manipolazione costituzionale e forti tensioni sociali. La generazione giovane in entrambi i Paesi ha espresso con proteste di piazza la frustrazione per la mancanza di rinnovamento politico.

Il mancato peso del voto giovane in questi Paesi, va però letto con molta attenzione. Certamente diverso, ad esempio, sarà l’effetto dell’orientamento dei giovani elettori in democrazie meno virtuali. Un esempio facile è quello del Kenya. Nel 2027, Nairobi prevede di avere 5,7 milioni di nuovi elettori registrati per le elezioni generali. Questo incremento è effetto della vivace demografia africana ma anche parte di una strategia dell’Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC) per coinvolgere maggiormente la popolazione giovane, in particolare la Generazione Z, che rappresenta una fetta crescente dell’elettorato.

Il presidente William Ruto, consapevole di questa dinamica, sta cercando negli ultimi mesi di cambiare la propria immagine presso questo target, che fin qui lo considera uno tra i peggiori presidenti della repubblica della storia democratica keniota. Ma torniamo a Costa D’Avorio e Camerun, dove i meccanismi sono più conservativi e le leadership trovano la maniera di rendere eterna la propria permanenza sulla poltrona di capo di stato.
Ouattara prende più dell’80%
Ouattara ha vinto il suo quarto mandato con percentuali altissime, spesso oltre il 90% in molte circoscrizioni. L’affluenza è stata molto variabile: altissima nel nord (oltre il 90%) e molto bassa in alcune aree urbane e nella diaspora.
I principali oppositori, Laurent Gbagbo e Tidjane Thiam, sono stati esclusi dalla corsa per motivi giudiziari e di cittadinanza, rendendo Ouattara il favorito indiscusso.

Ouattara ha dichiarato che questo sarà il suo ultimo mandato, parlando di “trasmissione generazionale”. Ha governato dal 2011, dopo una guerra civile, e ha promosso crescita economica e stabilità, ma con crescenti accuse di autoritarismo. Le proteste giovanili hanno contestato la sua candidatura, con slogan come “#PasEncoreLui” e sit-in universitari. L’opposizione ha definito il voto una “incoronazione” e un “colpo di Stato civile”.
La comunità internazionale ha mostrato preoccupazione per l’erosione della democrazia, ma nessuna condanna ufficiale è stata espressa finora. Osservatori e think tank parlano di una “democrazia sospesa” e di una crescente polarizzazione.
Biya eletto con ‘solo’ il 53%, ma è il presidente più vecchio del mondo
Più equilibrata la sfida del Camerun. Dove Biya ha vinto con il 53,66% dei voti, ma il suo principale sfidante, Issa Tchiroma Bakary, ha contestato i risultati, sostenendo di aver ottenuto il 55%. L’elezione ha portato anche in questo caso a proteste violente, con almeno quattro morti a Douala e manifestazioni in diverse città.

Biya ha 92 anni ed è al potere dal 1982, rendendolo il capo di Stato più anziano al mondo. Ha mantenuto un profilo basso durante la campagna, apparendo in pubblico solo una volta da maggio. La popolazione, in gran parte giovane (metà sotto i 20 anni), mostra segni di stanchezza verso un potere che non ha mai conosciuto alternanza. L’opposizione denuncia frodi elettorali, repressione e uso della forza per mantenere il potere. Anche nel caso di Biya, la reazione internazionale è stata tiepida, con analisti che parlano di “autoritarismo sottile” e di una democrazia svuotata.

Entrambi i presidenti sono ultraottantenni e hanno conconsolidato il potere in contesti dove l’opposizione è sistematicamente indebolita o esclusa. Le elezioni sono state caratterizzate da bassa competitività, accuse di manipolazione costituzionale, e forti tensioni sociali. La generazione giovane in entrambi i Paesi esprime frustrazione per la mancanza di rinnovamento politico.









