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Il Sudan è un inferno, dove gli emiri si confrontano

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Sudan contro Sudan e, nemmeno troppo sottotraccia, Arabia Saudita contro Emirati Arabi Uniti. Una guerra tra bande militari e poi anche un confronto tra attori ambiziosi e ricchi di quel quadrante geopolitico che – con Mar Rosso in mezzo – comprende Africa Orientale e Medioriente.

Risultato, la più grande emergenza umanitaria del globo. Un disastro che viene rimosso e dimenticato, cancellato dalle agende internazionali.

Sudan, EAU e Arabia Saudita

Il conflitto è iniziato il 15 aprile 2023 quando c’è stata la spaccatura tra le forze che avevano spazzato via un governo di coalizione e di transizione ‘democratica’ succeduto ad un regime tirannico.

Il dittatore in questione era il terribile Omar Hasan Ahmad al-Bashir, rimasto al potere per circa 30 anni (dal 1989 al 2019), deposto l’11 aprile 2019 dai militari dopo grandi proteste popolari. Al Bashir è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, soprattutto per le atrocità commesse durante il conflitto in Darfur nei primi anni 2000. Dopo la sua caduta, il Sudan era stato governato da un Consiglio Sovrano misto (militari + civili) che avrebbe dovuto portare il Paese a elezioni nel 2023 con primo ministro Abdalla Hamdok.

Nel 2021 il generale Abdel Fattah al-Burhan (capo delle Forze Armate Sudanesi, SAF) ha sciolto il governo di transizione e arrestato il primo ministro. Ma quasi immediatamente sono nate le tensioni con le RSF (Rapid Support Forces), il ramo delle forze armate che era parte del Consiglio ma aveva ambizioni autonome.

Al-Burhan contro Dagalo

Da una parte quindi si è schierata la SAF, guidata dal generale Abdel Fattah al-Burhan, dall’altra la RSF, paramilitari comandati da Mohamed Hamdan Dagalo (Hemedti).

Oggi dopo oltre due anni e mezzo di guerra, il conflitto è in stallo, ma con escalation sanguinose che succedono una dopo l’altra. El-Fasher (Darfur settentrionale), ultima roccaforte governativa, è caduta a fine ottobre 2025 dopo 18 mesi di assedio.

Dai media e dalle ONG sono stati documentati massacri, stupri e violenze etniche sistematiche. Le RSF e Dagalo controllano ormai gran parte del Darfur e posizioni strategiche a Khartoum, mentre l’esercito ‘regolare’ mantiene zone nel Kordofan e nell’Est (Port Sudan).  Entrambe le parti sono accusate di crimini e atrocità contro civili, con prove satellitari di avvenute esecuzioni di massa.

Crisi umanitaria

Le stime dicono di circa 200.000 vittime, ma i dati reali potrebbero essere molto più alti. Si parla di circa 12-14 milioni di sfollati, di cui 4 milioni rifugiati nei Paesi vicini (Ciad, Sud Sudan, Egitto).

Oltre 30 milioni di persone (più della metà della popolazione) sono alla fame, con 6 milioni in fame estrema e 300.000 in fase di carestia. Si registra la diffusione di colera, malaria e dengue, con inevitabile collasso del fragile sistema sanitario.

Dimensione geopolitica

Il conflitto è diventato anche una guerra per procura. Gli Emirati Arabi Uniti sono accusati di sostenere le RSF con armi e fondi, mentre Egitto e Arabia Saudita sono schierati con l’esercito ed il governo ‘regolare’.

USA, Arabia Saudita, Emirati, Egitto hanno proposto una tregua umanitaria di 3 mesi, accettata dalle RSF ma respinta dall’esercito il 24 novembre 2025.

L’UE ha imposto sanzioni ai leader RSF per atrocità in Darfur. Gli sforzi di mediazione restano in stallo, mentre la guerra continua senza prospettive di pace a breve termine.

Il Sudan vive la più grave crisi umanitaria al mondo: guerra brutale, fame, epidemie e sfollamenti di massa. La caduta di El-Fasher segna un punto di non ritorno, con RSF rafforzate e l’esercito deciso a proseguire la guerra. Gli interessi esterni e il traffico di armi alimentano il conflitto, mentre la popolazione è intrappolata in una catastrofe “apocalittica” secondo l’ONU.

Attori non protagonisti

Negli ultimi giorni X ha lanciato una funzionalità che consente agli utenti di vedere dove si trova un account e da quale regione si connette all’app.

Secondo quanto scoperto dalla testata Middle East Eye, diversi account sui social media collegati al RSF sembrano operare dagli Emirati Arabi Uniti, confermando quindi il loro coinvolgimento pieno.

Negli Emirati Arabi Uniti si troverebbero diversi gruppi e personaggi che sostengono le forze paramilitari sudanesi e le istituzioni ad esse affiliate. Lo stesso Governo di Pace e Unità, l’amministrazione parallela di recente creazione sostenuta da RSF, avrebbe come riferimento gli Emirati.

Riyadh dal canto proprio è passata rapidamente dal ruolo di mediatore neutrale (colloqui di Gedda nel 2023) a partner strategico del SAF, consolidando legami diretti con al-Burhan. Ha usato la sua influenza in sedi internazionali (ONU, Consiglio Diritti Umani) per difendere la legittimità delle istituzioni sudanesi e spingere per soluzioni che preservino la sovranità del Paese.

Ma soprattutto ha fornito oltre 3 miliardi di dollari in aiuti e investimenti, inclusi 132 milioni in assistenza umanitaria attraverso il King Salman Center, con interventi su sanità, alimentazione e rifugi.  Mantiene progetti agricoli strategici in Sudan per la sicurezza alimentare saudita, rendendo la stabilità del SAF cruciale per i propri interessi.

Il Sudan è vitale per la sicurezza delle rotte marittime del Mar Rosso e per i mega-progetti sauditi (NEOM, turismo sul Mar Rosso). L’instabilità della regione minaccia Vision 2030 e la diversificazione delle rotte petrolifere. Sostenendo il SAF, Riyadh bilancia il ruolo degli Emirati che appoggiano le RSF, trasformando il conflitto in una riprova chiara delle tensioni e degli interessi non convergenti tra emiri.

Una firma semplice.

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