Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno intensificato la loro presenza in Africa negli ultimi anni, diventando uno dei principali investitori sul continente, entrando in gioco sia al nord che in altre aree ritenute strategiche. Gli Emirati – sotto la guida di Mohamed bin Zayed – stanno investendo in alcuni settori ritenuti trainanti, ‘competendo’ con inglesi, americani, russi, cinesi, francesi ma soprattutto con l’Arabia Saudita di Mohamed bin Salman.
In primo piano, ci sono le energie rinnovabili. Gli emiri – nell’ottica di ridurre la dipendenza dal petrolio della propria economia – stanno puntando su progetti solari e eolici in paesi come Egitto, Marocco e Mauritania includendo però oltre alla produzione dell’energia verde anche la caccia ai “minerali critici” necessari per la transizione energetica di vari settori, automotive in testa.

Una grande attenzione viene poi posta al versante della logistica e delle infrastrutture. Il gigante nazionale, DP World, con la famiglia reale nella proprietà, è attivo in diversi porti africani e, in particolare, in Somalia, Mozambico e Senegal.
Emirati e Africa: rotte, affari e relazioni
La logica è ovviamente quella di implementare il commercio ma anche di posizionare gli Emirati sulle rotte e le relazioni chiave.
Le grandi risorse finanziarie di cui il Paese dispone, sono inoltre utilizzate per acquisire terreni agricoli in Paesi come Sudan, Angola e Zimbabwe. Ma anche per fare acquisizioni nel settore immobiliare (nei principali centri urbani) e tecnologico di vari Paesi.
Secondo FT Locations, del ramo dati e ricerche del Financial Times, tra il 2019 e il 2023 le aziende emiratine hanno annunciato progetti per 110 miliardi di dollari (88 miliardi di sterline), 72 dei quali in energie rinnovabili.
Un montante che risulta doppio rispetto al valore dei progetti targati Regno Unito, della Francia o della Cina. I cinesi, in particolare, paiono avere frenato sui grandi investimenti infrastrutturali in Africa dopo che molti progetti non sono riusciti a fornire i rendimenti attesi.
I leader e gli osservatori specializzati africani sottolineano l’importanza di questa svolta emiratina. Ma sullo sfondo rimane la bassa reputazione che il Paesi del Golfo mantengono in materia di rispetto dei diritti dei lavoratori e dei migranti economici.
La ‘competizione’ con l’Arabia Saudita
In Emirati Arabi Uniti (EAU), il comando è suddiviso tra i leader dei sette emirati costituenti. Ogni emirato ha il proprio sovrano, noto come “Emiro”, che esercita il potere locale. I sette emirati sono Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Umm al-Quwain, Ras al-Khaimah e Fujairah.
Il Presidente degli EAU è il sovrano di Abu Dhabi, attualmente Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Il Primo Ministro degli EAU è il sovrano di Dubai, attualmente Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum.
Questi leader lavorano insieme per governare il paese e prendere decisioni chiave. E si confrontano con i piani del naturale competitor regionale, l’Arabia Saudita, paese del resto molto più popoloso, ricco, attivo da tempo su questo discorso della diversificazione.
In Arabia Saudita, il comando formale è detenuto da Re Salman bin Abdulaziz Al Saud. Tuttavia, il vero potere è nelle mani del Principe ereditario Mohammed bin Salman Al Saud, noto anche come MBS.
Il figlio del re Salman ha assunto il ruolo di Primo Ministro nel settembre 2022. Suo l’articolato progetto di diversificazione dal petrolio, targato Vision 2030, che prevede investimenti e operazioni che sono collegate soprattutto alle attività internazionali del Fondo d’investimento PIF e del gigante energetico Aramco, comprese quelle nel calcio (con un patto stretto con la Fifa di Gianni Infantino) e nel golf.
MBS guarda molto al rapporto con l’Occidente, Israele e Usa, compresi, con ambizioni di sviluppo del proprio ruolo geopolitico di natura globale.

Per gli Emirati, il footprint delle ambizioni, da questo punto di vista, è per lo più quello di una sostenibile estensione del proprio ruolo regionale. Il progetto è quello di funzionare da riferimento anche finanziario alternativo sia in Medio Oriente che in Africa, con un collegamento naturale tra le due aree.
Le compagnie portuali e aeree di Dubai sono state le prime a trasferirsi in Africa. DP World gestisce sei porti e progetta di costruirne altri due. Abu Dhabi Ports gestisce il porto di Kamsar in Guinea dal 2013 e ha recentemente vinto concessioni in Egitto, Repubblica del Congo e Angola.

Iran e Fratellanza mussulmana
Sia emiri che MBS, come dimostrano le crisi recenti, hanno un ruolo significativo nelle relazioni diplomatiche regionali. Tuttavia, ci sono anche differenze nei loro approcci alle relazioni con l’Iran e la Fratellanza Musulmana. L’EAU ha un atteggiamento più flessibile.
Gli Emiri, pur mantenendo una posizione ferma contro l’influenza iraniana, hanno anche cercato di mantenere relazioni diplomatiche con paesi come l’Iraq, dove gli sciiti sono una maggioranza significativa.
Gli EAU considerano i Fratelli Musulmani una minaccia alla stabilità regionale e hanno sostenuto il governo egiziano nella sua repressione dopo la caduta di Mohamed Morsi nel 2013. Tuttavia, in alcuni contesti, gli EAU hanno mostrato una certa flessibilità, collaborando con gruppi islamisti moderati quando ciò è stato ritenuto strategicamente vantaggioso.









