La Russia è meno influente in Africa. E la prospettiva è quella di un declino del suo ruolo nel continente. Un articolo di Will Brown, ricercatore presso l‘European Council on Foreign Relations, ripreso sul ‘daily’ dell’Africa Center for stratetigc studies lo suggerisce con un’analisi approfondita.

Sta lentamente sgonfiandosi – secondo l’autore – l’idea che in Africa Mosca possa giocare una partita da decision maker dell’area. Tramonta la possibilità che Vladimir Putin si presenti ancora come una grande potenza che si batte per la liberazione degli africani e la sovranità delle loro nazioni.
Ad emergere, secondo l’analista, è oramai una consapevolezza più lucida e decisamente meno idealizzata.
I mercenari russi, del resto, prima sotto le insegne della Wagner ora sotto quelle dell’Africa Corps, sono nella maggior parte dei casi impegnati in protezione di alcuni regimi militari o tribali potendo sfruttare accordi minerari predatori.

Con un sovraccarico di fronti aperti che non regge più gli impegni globali la Russia deve fatalmente allentare l’impegno. La fine ingloriosa della protezione della Siria, così, è suonata come un campanello di allarme per molti Paesi africani in cui la Russia si è impegnata con risultati ambigui in un lavoro di stabilizzazione (Mali, Burkina Faso, Niger, Sudan e Repubblica Centrafricana).
Nel Mali nel 2020, in Burkina Faso nel 2021 e in Niger nel 2023 colpi di stato militari sono stati supportati dalla Russia e hanno rovesciato l’architettura ‘francese’ di sicurezza della regione.

Appena pochi mesi fa, però, nel luglio 2024, in Mali i combattenti Tuareg all’opposizione hanno sconfitto i mercenari Wagner e da quel momento è iniziato un processo di presa di distanze anche da parte della giunta dai ‘protettori’ russi. Con un avvicinamento alla Turchia.
Nel vicino Burkina Faso e in Niger, secondo le ricostruzioni, la presenza si sarebbe di molto assottigliata. Con l’Africa Corps che sembra avere difficoltà a reclutare personale per coprire le esigenze in Africa, e probabilmente ha più uomini che combattono in Ucraina che nel Sahel.
Attraverso un quasi estemporaneo ma precario impegno bielorusso, inoltre, il Cremlino vorrebbe aiutare il regime dell’anziano dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo in Guinea Equatoriale.
Siria porta d’Africa
Sulle operazioni della Russia in Africa, inoltre, influirà il destino della base logistica nella città siriana di Latakia. La Russia, vista dall’Africa, secondo l’analista, “sembra una forza ridimensionata con meno carte da giocare, mentre cerca disperatamente di negoziare per la sua base aerea”.
Il fatto che la base aerea in questione sia contigua alla fossa comune che si pensa contenga i corpi di 150mila persone assassinate dal regime che i russi appoggiavano non è un buon viatico per il negoziato.
Dallo scacchiere militare a quello economico, l’articolo segnala come molto ridimensionato appaia anche il tipo di influenza economica che il Cremlino – che ha una economia di guerra sanzionata – può giocare nel continente africano. Il Cremlino, secondo molti osservatori, spende oramai più soldi per promuovere consegne occasionali a fini propagandistici che per le consegne stesse.
Macchina social
Il nocciolo duro, il vero problema da affrontare, rispetto all’investimento egemonico russo in Africa? La cosa che ancora funziona di più, secondo l’autore del servizio, è molto probabilmente la rete di comunicazione filtrata e manipolatoria che assicura una copertura mediatica in tutti i Paesi citati.
I media pro-Cremlino, i leader di opinione locali pagati dai russi e i bot anonimi con messaggi pro-russi sono dominanti su X e YouTube quando si cercano termini correlati a Niger o Ciad. La storia è molto simile in Mali e Burkina Faso sui principali social media.
I governi africani ‘democratici’ sono esposti a un torrente di attacchi di disinformazione ostili volti a distruggere la buona volontà per quel tipo di governance.









