Nel suo recente reportage dedicato alla discarica di Dandora, a Nairobi, The Guardian apre uno squarcio su uno dei luoghi più emblematici delle contraddizioni del nostro tempo globale. Il terreno difficile ed estremo, la realtà di inaudita ingiustizia e marginalità su cui da venti anni opera Alice for Children in Kenya. La stessa realtà che pochi mesi fa, in viaggio con il nostro staff e in visita alle nostre strutture di supporto e aiuto, ha raccontato benissimo i nostro amico Barbascura.
Dandora – molti dei nostri genitori a distanza l’hanno visto con i propri occhi – è la più grande discarica del Kenya. Ogni giorno vi vengono scaricate migliaia di tonnellate di rifiuti industriali e domestici, provenienti dalla capitale e, indirettamente, da filiere di consumo che attraversano il mondo. Il racconto del quotidiano britannico, firmato dal fotogiornalista Edwin Ndeke, restituisce dignità e volto a chi vive e lavora ai margini di questo sistema.

I riciclatori
Al centro del reportage ci sono i waste pickers, uomini e donne – spesso giovanissimi – che setacciano i rifiuti per recuperare materiali riciclabili destinati alle catene di approvvigionamento globali. “Non siamo considerati esseri umani”, racconta nel servizio ripreso anche su Instagram e LinkedIn al Guardian Joseph Mwangi Wambui, 22 anni, sintetizzando un sentimento diffuso di invisibilità e disagio sociale. Le immagini e i testi mostrano turni massacranti, assenza di tutele sanitarie, esposizione continua a sostanze tossiche, fumi e pericoli fisici. Eppure, senza questo lavoro informale, buona parte del sistema di riciclo semplicemente non esisterebbe.

Il Guardian evita una narrazione pietistica e colloca Dandora in una prospettiva più ampia: quella di diseguaglianze strutturali e retaggi coloniali, per cui le comunità più povere sono chiamate a pagare il prezzo ambientale e umano di modelli di consumo che beneficiano altri. Le storie personali, come quella di Jane Wangechi, madre single che lavora nella discarica dall’adolescenza portando talvolta con sé i figli, mostrano come il confine tra lavoro, sopravvivenza e sfruttamento resti drammaticamente sottile.
Un altro destino è possibile
È proprio in questo contesto, sono queste le storie e i personaggi che costituiscono – lungo la filiera umana e sociale della discarica di Dandora – dell’attività quotidiana di Alice for Children. Il nostro intervento parte da una convinzione semplice ma radicale: spezzare il ciclo della marginalità non significa solo alleviare l’emergenza, ma aprire alternative concrete di futuro, a partire dai bambini.
Attraverso progetti educativi continuativi, Alice for Children sostiene l’accesso alla scuola, la prevenzione dell’abbandono scolastico e il supporto alle famiglie, spesso costrette a coinvolgere i figli in attività di sopravvivenza informale. Negli anni, questo lavoro si è evoluto nella filosofia “From Slum To Job”, che accompagna i ragazzi dalla baraccopoli alla formazione professionale, costruendo competenze spendibili nel mercato del lavoro e autonomia personale. L’idea è quella di continuare ad occuparci dei ragazzi anche dopo il liceo.

In questo senso, un passaggio cruciale recente – dopo la creazione ed il successo di AIFA (la nostra scuola di cucina italiana), è stata l’apertura della Digital Academy, pensata per offrire competenze digitali e tecniche a giovani che partono da condizioni di estrema vulnerabilità.
In un mondo in cui l’accesso al lavoro qualificato passa sempre più dalla conoscenza e dalla tecnologia, la Digital Academy rappresenta un ponte reale tra chi nasce ai margini e la possibilità di emanciparsi da un destino già scritto.
Se il reportage del Guardian ci costringe a guardare Dandora per quello che è – un luogo simbolo delle nostre responsabilità collettive – con Alice for Children scommettiamo sul fatto che un altro percorso è possibile. Non immediato, non semplice, ma concreto: trasformare la prossimità alla discarica non in una condanna ereditaria, definitiva, senza speranze. Ma in un possibile punto di partenza verso dignità, istruzione e lavoro.

Il miracolo si può costruire
Se questo miracolo è possibile lo dobbiamo a tutti i genitori a distanza, e a tutte le persone che aiutano a farlo avverare. Staff, sponsor, donatori e collaboratori. Il gruppo pubblicitario WPP Italy ha realizzato per Alice for Children la campagna televisiva ispirata proprio al nostro ‘motto’ From Slum To Job. Che ci pare racconti molto bene, poeticamente, il senso della nostra pragmatica mission.









