Costi nascosti, supplementari della scuola ‘gratuita’. In Kenya, quello che il Nation Media Group ha definito school fees scandal – nella stessa giornata in cui si celebrava il recordman keniota della maratone – non è un caso isolato, ma la manifestazione più evidente di una tensione strutturale nel sistema educativo.

Il Daily Nation ha portato alla luce una pratica ormai diffusa: scuole pubbliche che chiedono alle famiglie contributi aggiuntivi, spesso non autorizzati, per coprire spese essenziali. Si tratta di “levies” introdotte sotto varie voci – sviluppo, attività, materiali – che finiscono per aumentare significativamente il costo reale dell’istruzione, nonostante questa sia formalmente gratuita.
Accesso allo studio reale
Il punto non è solo la violazione delle regole, ma ciò che questa pratica rivela: le scuole stanno trasferendo sui genitori costi che il sistema pubblico non riesce più a sostenere. In molti casi, gli studenti vengono rimandati a casa se le famiglie non riescono a pagare, creando una frattura evidente tra diritto formale all’istruzione e accesso reale.
Altri media keniani, come People Daily, hanno confermato la portata del fenomeno, sottolineando come il Ministero dell’Istruzione sia intervenuto chiedendo azioni disciplinari e, in alcuni casi, lo scioglimento dei consigli scolastici.

Ma anche qui emerge un elemento chiave: più che comportamenti devianti individuali, si tratta di un sistema che fatica a reggere. I presidi si trovano a gestire scuole con risorse insufficienti, spesso costretti a prendere decisioni difficili per garantire continuità operativa.
Un problema cronico
Alla base dello scandalo c’è infatti un problema noto ma oggi più acuto: il sottofinanziamento cronico. Il modello di finanziamento pubblico, basato su una quota per studente, si rivela insufficiente rispetto ai costi reali. I fondi arrivano in ritardo, non coprono tutte le necessità e lasciano scoperte voci fondamentali come manutenzione, materiali didattici e personale di supporto. In questo vuoto, le scuole si arrangiano. E lo fanno chiedendo alle famiglie ciò che lo Stato non riesce a garantire.

Questo squilibrio si è accentuato con l’introduzione della Competency-Based Curriculum (CBC), la riforma che ha ridefinito l’approccio educativo in Kenya. Pensata per spostare il focus dalle nozioni alle competenze, la CBC richiede però più risorse: laboratori, materiali, attività pratiche, formazione degli insegnanti. Tutti elementi che hanno un costo concreto. E che, in assenza di un adeguato incremento dei finanziamenti pubblici, finiscono per ricadere ancora una volta sulle famiglie.
Il risultato è un sistema che, pur mantenendo formalmente il principio della gratuità, diventa di fatto selettivo. Chi può permetterselo resta. Chi non può, esce.
Il ruolo di Alice for Children
In contesti fragili come le baraccopoli di Nairobi, questo si traduce in abbandono scolastico, frequenze discontinue, percorsi educativi interrotti. E in una perdita di opportunità che si riflette direttamente sul futuro lavorativo dei giovani.
È anche in questo spazio che si inserisce il lavoro di Alice for Children. Da anni, l’associazione interviene proprio su quei costi invisibili che oggi emergono come problema sistemico: copre le spese scolastiche, garantisce materiali, uniformi, pasti, supporto sanitario. Ma soprattutto – chiedendo una parallela responsabilizzazione alla famiglia e l’impegno concreto di bambini e bambine – costruisce un accompagnamento continuo che va oltre la scuola. Perché ogni bambino e ogni famiglia portano con sé una storia diversa: malattie croniche, difficoltà economiche, instabilità familiare, vulnerabilità sociali.

Il supporto non si limita quindi a rendere possibile la frequenza scolastica, ma lavora per rimuovere gli ostacoli che, giorno dopo giorno, rischiano di interromperla. È un intervento che mira a rimuovere anche i condizionamenti culturali e sociali. E interviene in maniera puntuale, spesso su singoli casi, con un approccio che tiene insieme educazione, salute e protezione. In un contesto in cui il sistema fatica a garantire equità, questo approccio restituisce continuità. E, soprattutto, possibilità.









