L’Africa al centro del destino del pianeta, ma per cambiare le cose in senso positivo il continente più povero deve fare una “rivoluzione capitalista”. Lo dice anche l’Economist (https://www.economist.com/leaders/2025/01/09/the-capitalist-revolution-africa-needs). “Ha bisogno di meno paternalismo, compiacimento e corruzione e più capitalismo” è la tesi.
L’analisi di trend è incontrovertibile, la diagnosi pure. Ma sulla ricetta fornita per risolvere i vari problemi connessi con uno sviluppo positivo per il continente africano – estremamente liberale e liberista – c’è ragione di credere che non tutti i player che agiscono nello scenario globale possano essere d’accordo.
La tesi della prestigiosa testata economica parte dall’osservazione di alcune tendenze inequivocabili. Quella che si presenta è una sorta di opportunità storica. Forse irripetibile.
Nei prossimi anni il continente diventerà più importante che in qualsiasi momento nell’era moderna. La sua quota di popolazione mondiale dovrebbe raggiungere il 21% rispetto al 13% del 2000.
Nel 2030 più della metà della forza lavoro giovane avrà una provenienza africana. Per svoltare, secondo l’Economist, “i suoi 54 paesi dovranno fare qualcosa di eccezionale: rompere con il proprio passato e con la triste ortodossia statalista che ora attanaglia gran parte del mondo.
I leader africani dovranno abbracciare gli affari, la crescita e i mercati liberi. Avranno bisogno di scatenare una rivoluzione capitalista”.
Nell’ultimo decennio, scrive la testata, l’Africa è scivolata indietro e il reddito pro-capite è sceso da un terzo di quello nel resto del mondo nel 2000 a un quarto. Due potenziali colossi come Nigeria e Sudafrica, hanno fatto performance deludenti e solo pochi paesi, come la Costa d’Avorio e il Ruanda, hanno contrastato la tendenza.
La produttività stagnante, le persone “che si spostano dalle fattorie alle città, ma senza accompagnare le rivoluzioni agricole o industriali”. E poi le infrastrutture scadenti, il sub Sahara largamente sprovvisto di elettricità, il ritardo sulla tecnologia digitale e la transizione energetica, solo il 4% dei terreni agricoli irrigato.
Ma per l’Economist l’aspetto più inquietante è un altro ancora: “C’è un deserto aziendale, si produce il 3% del pil mondiale e si attira meno dell’1% del capitale privato”.
Africa, non imitare la Cina
Cosa dovrebbero fare i leader africani? Evitare di imitare il capitalismo di stato cinese, ma anche di inclinare al disfattismo e all’opportunismo.
Quindi le elites “dovrebbero abbracciare lo spirito sicuro di sé di modernizzazione visto in Asia orientale nel XX secolo, e oggi in India e altrove”.
Costruire un consenso politico a favore della crescita, in un contesto in cui “una nuova generazione di africani, nati diversi decenni dopo l’indipendenza, si preoccupa molto di più delle loro carriere che del colonialismo”.
Libero scambio panafricano
Rivoluzionario, in questo contesto, diventa favorire le imprese, specie quelle più grandi, “i magnati che si assumono più rischi”. I Paesi hanno bisogno di molte più infrastrutture, dai porti all’alimentazione, più concorrenza libera e scuole di gran lunga migliori.
Un altro compito essenziale della politica, è quello di favorire le condizioni per integrare i mercati africani in modo che le imprese possano ottenere maggiori economie di scala e raggiungere una dimensione assoluta abbastanza grande da attirare investitori globali. Ciò significa far progredire i piani per le aree di viaggio senza visto, integrare i mercati dei capitali, collegare insieme le reti di dati e “finalmente realizzare il sogno di un’area di libero scambio panafricana”.
L’Economist traccia un quadro definitivo. Secondo la testata le conseguenze di una mancata rivoluzione sarebbero terribili. “Se il divario africano aumenta, gli africani comporranno quasi tutti i poveri del mondo, compresi i più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Sarebbe un disastro morale. Inoltre, attraverso i flussi migratori e la volatilità politica, minaccerebbe la stabilità del resto del mondo”.









