Vadoinafrica.com può vantare una lunga esperienza sul campo. Ma anche la formazione da studioso del complesso mondo africano del suo leader, Martino Ghielmi.
La demografia tonica, ma anche una sempre più costante tendenza alla crescita dell’economia di tante aree, sono un tratto distintivo e oramai consolidato del continente africano. Con tante opportunità che si aprono per l’Europa, ma anche per l’Italia. In molti dei Paesi africani già compresi nel footprint del Piano Mattei di origine governativa, ma non solo.

Fondatore di vadoinafrica.com (ViA Group Srl), Martino Ghielmi è un partner di Alice for Children. L’attenzione della nostra Onlus rimane ancorata – aiutando anche le famiglie – all’impegno nella solidarietà e, in particolare, dal 2006 in avanti, la crescita sana, la formazione, l’ingresso nel mondo del lavoro dei bambini di alcune delle zone più difficili del Kenya (delle discariche ai margini di Nairobi, ma anche delle campagne di Rombo e nella savana abitata dai fieri Maasai).

Ma la mission di Alice for Children, accompagnarli in un percorso ‘From Slum To Job’, per conseguire davvero il risultato di emancipazione di questi giovani dal circolo vizioso della povertà e dalle dinamiche pericolose della sopravvivenza ai margini delle discariche, si è nell’ultimo periodo allargata. Il focus sul lavoro sta assumendo un senso sempre maggiore e questo porta con sé un’attenzione sempre più alta alle dinamiche (più micro che macro, ovviamente) dell’economia del Kenya e dell’Africa in generale.
Valori comuni
La partnership con Martino Ghielmi nasce da una condivisione di valori comuni.
La sensibilità alle cause umanitarie, e le convinzione che la promessa di progresso e sviluppo dell’Africa debba ora finalmente avverarsi accomunano sia Martino che Diego Masi – presidente di Alice for Children
Fondatore di VadoinAfrica, l’Hub per facilitare commercio e investimenti tra Africa e Italia, Martino Ghielmi si presenta come specialista sul campo soprattutto per le nostre Piccole e Medie Imprese (PMI).
Docente di Business & Finance in Africa presso l’Università degli Studi di Bergamo, Delegato Africa per UniExportManager, è laureato in Studi Afro-Asiatici presso l’Università degli Studi di Pavia con una tesi sulle PMI in Kenya. In vent’anni di esperienza professionale ha sviluppato un capillare network sul terreno in tutte le regioni del continente africano. Tramite i suoi contenuti e incontri ha affiancato tante imprese e professionisti italiani impegnati a creare relazioni costruttive con l’Africa, favorendo la nascita di alcune tra le più innovative esperienze di cooperazione internazionale in campo economico e formativo.
Intervista a Martino Ghielmi: “Buttatevi, è il momento di intraprendere in Africa”
Perché si dovrebbe valutare l’opportunità di avviare un’attività in Africa e, soprattutto, perché proprio ora?
Martino
L’Africa è già adesso – e lo sarà sempre di più nei prossimi anni – una sorta di centro del mondo.
Innanzitutto per una ragione demografica. In un pianeta in via di invecchiamento, dove perfino in Cina e, presto anche in India, si imboccherà un chiaro trend di declino delle nascite, questo continente manterrà intatto tutto il proprio slancio vitale e nei prossimi 25 anni passerà da 1,4 miliardi di abitanti a 2,5.
É già questa un’opportunità per le aziende che vogliono scommettere sul futuro. In alcuni Paesi, il saldo positivo del PIL è e rimarrà stabilmente intorno al 5-6%. Senza contare la possibilità di accelerare questo ritmo di crescita se saranno risolti o almeno attenuati alcuni dei limiti infrastrutturali e geopolitici che oggi ne condizionano lo sviluppo più pieno.
Tra le diverse aree del continente, le differenze sono grandi. Quali opportunità si adattano meglio al nostro tessuto imprenditoriale?
Martino
Ci sono situazioni molto diverse tra loro, è vero, ma del resto stiamo parlando di un continente gigantesco.
Ma in molte aree condizioni e rischi sono decisamente affrontabili. I Paesi più promettenti per le PMI italiane, a mio avviso, sono Marocco e Tunisia al Nord, e poi Kenya e Tanzania a Est, e quindi Senegal, Ghana e Costa d’Avorio a Ovest.
E l’Etiopia?
Martino
Paese splendido e con un interessante potenziale ma decisamente complesso per le PMI nazionali.
Quali sono le principali sfide per chi sceglie di fare il passo verso l’Africa?
Martino
Gli ostacoli principali vengono sicuramente da un ambiente che rimane complesso e da decodificare per il business man occidentale tipo. Si va dai tanti ostacoli culturali e sociali alla complessità nel navigare nella burocrazia con infrastrutture inadeguate e certezza normativa non sempre solida. Sono aspetti che possono demotivare, ma si tratta di condizioni d’ingaggio a cui in fondo come italiani siamo abituati. Cruciale è il tema dei partner e dei collaboratori: in questi contesti serve creare sinergie affidabili e concrete, ponendo le basi per relazioni di fiducia a lungo termine.
Che spazio c’è, dunque, per piccole e medie imprese italiane?
Martino
Le PMI italiane possono giocarsi tre carte importanti: il peso del ‘Made in Italy’ che è ancora sinonimo di qualità e affidabilità, ma senza pericolosi autocompiacimenti. La capacità di personalizzazione, spesso legata alle ridotte dimensioni aziendali, e una certa, da riscoprire, affinità culturale con il mondo africano. Scherzando, ma non troppo, dico sempre che gli italiani sono gli europei più ‘africani’ e che abbiamo più elementi culturali in comune con il Mediterraneo e l’Africa che con il Nord Europa o l’Asia.
Quindi, quale sarebbe la strada da percorrere…
Martino
La grande opportunità è posizionare l’Italia come abilitatrice del “Made in Africa”, valorizzando questo concetto anche attraverso la formazione e la creazione di competenze locali, creando valore condiviso e prodotti accessibili a mercati comunque caratterizzati ancora da un potere di acquisto limitato (anche se ci sono nicchie di ogni tipologia).
Che cosa ne pensi del Piano Mattei?
Martino
Il Piano Mattei andava fatto vent’anni fa, ma meglio tardi che mai. Credo che sia l’ultima chiamata di cui l’Italia dispone per ritrovare un ruolo significativo ed un orizzonte di crescita in un mondo in rapido cambiamento che, sempre di più, tenderà ad essere spietato con chi non valorizza le proprie qualità e fa emergere le proprie vocazioni. Bisogna provare a superare le classiche trappole burocratiche, i campanilismi e la paura del nuovo. E buttarsi, ricreando anche all’estero il modello dei distretti, delle filiere. Poi anche la politica seguirà, non il contrario…
Parliamo del Kenya…
Martino
Il Kenya offre opportunità eccellenti alle imprese italiane. Nel 2023 l’economia è cresciuta del 5,6% e Nairobi si conferma un hub logistico e tecnologico dell’intera Africa orientale. I settori più promettenti sono sicuramente l’agroindustria, le energie rinnovabili (+65% di investimenti negli ultimi 5 anni), meccanizzazione agricola e tecnologia. L’ecosistema startup kenyano è tra i più attivi del continente con l’88% di penetrazione mobile e una grande creatività nello sviluppo di soluzioni endogene alle sfide locali.
In Africa, ci sono anche Emiratini, cinesi, indiani, turchi e russi, tutti molto astuti.
Con quale approccio dovrebbe muoversi l’Europa?
Martino
Ritengo che per ora l’Europa sia solo un concetto. L’Unione Europa ha seguito i francesi, mal visti quasi ovunque, soprattutto a Ovest. Ora stanno provando a riproporsi ad Est. Non vedo in salute il brand Europa, consunto se non bruciato in Africa. Mentre il marchio Italia è vivo ed ha enormi potenzialità.
L’interlocuzione istituzionale è comunque difficile…
Martino
I governanti attuali sono spesso eterodiretti. Ma la demografia incombe spinge anche su questo aspetto e imporrà ovunque, progressivamente, leadership più sensate. Da seguire con attenzione è Alleanza degli Stati del Sahel, con Mali, Burkina Faso e Niger che stanno riscrivendo architettura della regione. Lo stesso discorso vale per il Senegal, sia pure in modo meno rivoluzionario e più pragmatico.
Perché hai un’opinione negativa del brand Europa, al di là della sua eredità coloniale?
Martino
Perché anche di recente l’Europa ha espresso posizioni inaccettabili in Africa, come la descrizione di se stessa come “giardino” fatta dall’ex capo della diplomazia europea Josip Borrell. Una evocazione dei temi ottocenteschi di Kipling che risulta ipocrita e fuori tempo massimo. Gli africani non vogliono qualcuno che porti “libertà, uguaglianza e fraternità” (applicata secondo i propri standard escludenti), ma business partner pragmatici per fare ciò che legittimamente vogliono per i propri Paesi.
L’Italia, in questo contesto, può giocarsi delle carte ma serve coraggio, capacità di leggere la realtà con realismo e visione. Le nostre imprese possono abbozzare degli schemi nuovi seguendo chi già ha realizzato qualcosa in questi quadranti.
Hai qualche case history PMI che consideri esemplare?
Martino
Penso a Pietro Zambaiti, ceo di ZAER, unica azienda manifatturiera a produrre in Eritrea, Paese dalla posizione unica e che desidera ricreare legami con l’Italia. ZAER realizza tessuti per l’industria dell’abbigliamento, puntando sulla qualità e un modello di “conscious capitalism” a metà tra Crespi d’Adda e Olivetti. Ma anche ad Alberto Riboni, ceo di Riboni RBN, azienda che opera nel settore della logistica con focus sulla gestione dei container nel porto di Tangermed in Marocco. Alberto ha svolto un ruolo chiave nell’espansione dei servizi logistici in Marocco, coinvolgendo ex dipendenti in pensione come formatori dei colleghi locali. Infine, ma ce ne sarebbero tanti altri, Lorenzo Boncompagni, CEO di Capture Solutions, azienda informatica che opera in Kenya, Costa d’Avorio e Nigeria, specializzata in soluzioni tecnologiche e consulenza per la tracciabilità delle filiere in diversi settori tra cui agroalimentare, waste management e trasporti.









