Viva le api. Che lavorano in silenzio e in quasi totale autonomia, al massimo ronzando, per la salute di tutto il pianeta e degli umani. L’operosità, l’intelligenza, la stupefacente efficienza della loro organizzazione sociale sono noti. Ma anche la straordinaria importanza delle api per il nostro ecosistema, basato per molte piante e colture proprio sul loro ruolo di impollinatori. Niente di strano così che ogni anno il 20 di maggio se ne celebri la giornata mondiale.
E che siano tanti i progetti di onlus pensati proprio per assicurare – attraverso la salvaguardia delle api – anche la loro funzione critica nell’equilibrio generale.
La salute e la numerosità delle api è un indicatore selettivo. Ebbene, in buona parte del Pianeta esse sono aggredite dai pesticidi e dai vari veleni contenuti nei fertilizzanti. Servono regole che le proteggano, e così difendano anche noi da una deriva pericolosa.
Un terzo del nostro cibo dipende dall’impollinazione degli insetti: solo in Europa, oltre 4.000 tipi di verdure.

Senza dubbio le colture più nutrienti e apprezzate della nostra dieta – molta frutta e verdura (come mele, fragole, pomodori e mandorle) – sarebbero duramente colpite da un calo numerico degli insetti impollinatori.
Ma oltre che da un certo tipo di agricoltura intensiva, per le api l’altra minaccia epocale arriva dal climate change. L’alternarsi di stagioni spaventosamente calde e secche ad alluvioni e forti piogge non favorisce questo insetto.
Nazioni Unite pro api
Le Nazioni Unite si sono da tempo poste il problema di proteggere le api e gli altri impollinatori per contribuire in modo significativo alla soluzione dei problemi legati all’approvvigionamento alimentare globale e per eliminare la fame nei paesi in via di sviluppo.
In Kenya, in particolare, la situazione è contradditoria e critica. In alcune regioni, l’apicoltura viene integrata con la conservazione ambientale, utilizzando le api per proteggere le foreste e migliorare la biodiversità. Gli apicoltori stanno migliorando le tecniche di estrazione del miele, riducendo la contaminazione e aumentando la qualità del prodotto. Di più, nelle aree rurali le recinzioni che sempre di più usano sistemi di pali costellati di arnie e alveari, hanno un altro benefico effetto in tema di sostenibilità.

Introdotte nel 2007 da Save the Elephants (Ste) e dal Kenya Wildlife Service (Kws), in collaborazione con l’Università di Oxford, producono un desiderato effetto collaterale.
Secondo un recente studio, in Kenya, le recinzioni con alveari stanno allontanando fino all’86% degli elefanti dalle fattorie, riducendo i conflitti uomo-elefante e generando reddito dalla produzione di miele.
Calo produzione miele
Il Kenya però rischia di diventare rapidamente un importatore netto di miele a causa del forte calo delle popolazioni di api causato dal degrado ambientale. Nonostante un aumento del 14 per cento degli alveari, secondo il KNSB, la produzione di miele è inferiore alla domanda. Il Kenya produce circa 17 milioni di tonnellate di miele all’anno, ma la domanda supera di gran lunga l’offerta, attestandosi a circa 47 milioni di tonnellate.

Parametro di salute
Non esistono metodi artificiali per la produzione e la sostenibilità delle api. L’esistenza di questo insetto dipende interamente dall’integrità dell’ambiente e dalla diffusione delle foreste. Le rive dei fiumi con vegetazione naturale preservata favoriscono inoltre la crescita delle popolazioni di api.
Il declino è quindi legato al degrado ambientale e alle attività agricole incontrollate. Sebbene gli agricoltori investano nell’apicoltura, avere più alveari non significa necessariamente un aumento delle colonie di api, che sono essenziali per la produzione di miele e l’impollinazione. La distruzione della vegetazione naturale e l’uso di pesticidi riducono l’habitat e la qualità del miele. In alcune regioni del Kenya, la produzione di miele è crollata, con agricoltori che vedono diminuire il numero di alveari attivi.









