Che la terra sia lieve per Ngugi wa Thiong’o, uno dei più grandi scrittori africani contemporanei, scomparso all’età di 87 anni negli Stati Uniti. Thiong’o ha dedicato la sua vita alla denuncia del colonialismo e delle ingiustizie sociali attraverso romanzi, saggi e opere teatrali. Ed ha scritto soprattutto nella sua lingua madre. Pioniere nella lotta contro il colonialismo culturale, Thiong’o ha avuto un impatto straordinario sulla letteratura del continente.

Ngugi, il decolonizzatore della mente
Il suo saggio Decolonizzare la mente è diventato un testo fondamentale per capire l’Africa, influenzando generazioni di scrittori e studiosi e contribuendo a creare una letteratura africana autentica, radicata nelle esperienze e nelle tradizioni locali, che sfida le narrazioni occidentali e le banalizzazioni sull’Africa.
Uno dei racconti più celebri di Ngũgĩ wa Thiong’o è The Upright Revolution: Or Why Humans Walk Upright, una fiaba che spiega in modo allegorico perché gli esseri umani hanno smesso di camminare a quattro zampe. La storia narra di una disputa tra le varie parti del corpo, invidiose della coordinazione tra braccia e gambe, che porta a un cambiamento epocale nel modo in cui gli uomini si muovono.
Questo racconto è stato tradotto in 32 lingue, diventando il più tradotto della letteratura africana. Ngũgĩ, ha scritto la versione originale in kikuyu e successivamente l’ha tradotta in inglese.
Ngugi non ha avuto una vita semplice. Lui e i suoi familiari sono stati tra le centinaia di migliaia di persone costrette a vivere nei campi di detenzione durante la repressione dei Mau Mau, un movimento di combattenti per l’indipendenza negli anni cinquanta. I keniani venivano spesso interrogati e maltrattati perché sospettati di essere ribelli Mau Mau. Il fratello di Ngũgĩ, Gitogo, fu ucciso a colpi di arma da fuoco alla schiena per essersi rifiutato di obbedire all’ordine di un soldato britannico, che non aveva inteso che il ragazzo era sordo.
Anche a indipendenza acquisita, sotto il regime di Daniel Arap Moi, secondo presidente keniota, Ngugi ha sofferto la censura, il carcere e l’esilio, ma senza mai smettere di lottare e produrre letteratura. Tra le sue opere più celebri figurano anche Un chicco di grano, Petali di sangue e Il Mago dei corvi.

Ngugi ed il Nobel, Abdulrazak Gurnah
Per anni è stato considerato un candidato naturale al Premio Nobel per la Letteratura, riconoscimento poi andato nel 2021 ad un altro intellettuale africano orientale, il tanzaniano Abdulrazak Gurnah. La principale differenza tra Ngugi wa Thiong’o e Abdulrazak Gurnah? Sta forse proprio nell’uso della lingua e nell’approccio alla narrazione. Ngugi ha sempre sostenuto la scrittura in lingue africane, abbandonando l’inglese per il gikuyu. Mentre Gurnah ha scritto in inglese, anche se sempre esplorando temi legati al colonialismo e alla migrazione.
L’eredità di Ngũgĩ, tante le donne in evidenza
Esiste in Kenya, senza dubbio, una solida eredità letteraria di Ngũgĩ. Vera Omwocha, ad esempio, è una scrittrice emergente che esplora temi storici e culturali con una prospettiva fresca e impattante. Binyavanga Wainaina, sebbene non sia più giovanissimo, ha avuto un’enorme influenza sulla nuova generazione di scrittori africani. Mĩcere Gĩthae Mũgo, poetessa e scrittrice, ha scandagliato in profondità il tema dell’identità africana. Yvonne Adhiambo Owuor, autrice di Dust, ha ambientato le sue storie nella difficile transizione culturale e politica del Kenya post-indipendenza. Certamente da citare anche Mukoma wa Ngugi. Figlio di Ngũgĩ wa Thiong’o, è un poeta e romanziere che affronta temi di giustizia sociale e identità africana.
Sul versante del racconto realistico e contemporaneo, infine, interessanti sono certamente Meja Mwangi, interessato alla vita urbana e le difficoltà della classe lavoratrice in Kenya, e Wanjiru Koinange, autrice di The Havoc of Choice, un romanzo che esplora le tensioni politiche e sociali ancora d’attualità.









