Condanna e forti critiche della comunità internazionale alla gestione keniota del Saba Saba Day. Il bilancio non ancora definitivo delle manifestazioni del 7 luglio parla di 31 morti, 107 feriti e 532 arresti. Lo dice la Kenya National Commission on Human Rights (KNCHR), certificando un esito ancora disastroso per la democrazia keniota.
Che già il 25 di giugno del 2025 aveva dovuto fare i conti con il sangue arrivato sulle strade del Paese durante le celebrazioni dei morti del 25 giugno del 2024, quando le proteste della GenZ contro l’iniqua (e poi ritirata) riforma fiscale del governo del presidente William Ruto avevano fatto traballare le istituzioni.
Anche il 7 luglio gli scontri tra la gente in piazza e la polizia hanno prodotto decessi, ferimenti, sparizioni. Tra le centinaia di persone arrestate c’è stato anche il parlamentare Gitonga Mukunji e le autorità hanno anche denunciato episodi di saccheggi e vandalismi.

“Mirate alle gambe”
Grande scalpore hanno sollevato le dichiarazioni del presidente, non propedeutiche ad un pacifico svolgimento delle manifestazioni: “Chi protesta e attacca le forze dell’ordine dichiara guerra al paese” ha detto Ruto. Aggiungendo: “A chiunque venga sorpreso a bruciare o colpire la proprietà di un’altra persona bisognerebbe sparare alle gambe”.
Le dichiarazioni di Ruto hanno suscitato forti critiche sia a livello nazionale che internazionale, incluso l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha definito la situazione “inquietante”.
Come per il 25 giugno, il governo ha cercato di contrastare preventivamente il rischio che le manifestazioni degenerassero, sostanzialmente instaurando una sorta di lockdown parziale a Nairobi. Le autorità hanno chiuso le principali vie d’accesso al centro città, incluso il Parlamento e la State House. E qualcosa di simile è successo nelle varie contee, ma senza il risultato sperato.
Le manifestazioni, per la maggior parte pacifiche, sono state organizzate principalmente da giovani, molti dei quali appartenenti alla Generazione Z, mobilitati tramite social media come X (ex Twitter), TikTok e Facebook. La novità quindi – rispetto alla storica protesta del Saba Saba – è che a farsi interpreti del malcontento popolare non sono generazioni ideologizzate e leader dei partiti e dei movimenti politici dell’opposizione come nell’era dei mass media, ma giovani attivisti abili a comunicare in quella dei social.
Saba Saba di sangue
Il termine Saba Saba (che significa “sette sette” in swahili, sette luglio) ricorda le storiche manifestazioni del 1990 che portarono alla fine del regime monopartitico e all’introduzione del multipartitismo nel paese.
I cittadini kenioti si sollevarono contro il regime autoritario di Daniel arap Moi per chiedere il ritorno alla democrazia. Quest’anno, le manifestazioni si sono intrecciate con l’ondata di contestazioni contro il governo del presidente William Ruto.
A Nairobi, nonostante il massiccio dispiegamento della polizia e l’uso di gas lacrimogeni per disperdere la folla, numerosi giovani manifestanti si sono radunati nelle periferie intonando slogan come “Ruto deve andarsene” e “Wantam” (abbreviazione di “one term”, ovvero un solo mandato presidenziale).
Eccessivo uso della forza
Come detto la comunità internazionale ha reagito con preoccupazione crescente alle violente repressioni delle proteste del Saba Saba Day 2025 in Kenya.
Human Rights Watch e Amnesty International hanno denunciato l’uso eccessivo della forza da parte della polizia, chiedendo un’indagine indipendente sulle morti e le sparizioni forzate. La Kenya National Commission on Human Rights (KNCHR) ha parlato apertamente di violazioni sistematiche dei diritti umani, tra cui esecuzioni extragiudiziali e arresti arbitrari.

L’UE ha espresso “grave preoccupazione” per la situazione in Kenya, chiedendo al governo di rispettare il diritto alla protesta pacifica e di garantire la sicurezza dei cittadini.
L’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR) ha chiesto al governo keniota di “porre fine immediatamente alla repressione violenta” e di avviare un dialogo con la società civile.
L’ambasciata USA a Nairobi ha rilasciato un comunicato in cui condanna la violenza e invita tutte le parti a esercitare moderazione. Ha anche chiesto trasparenza nelle indagini sulle morti e gli arresti. Il missionario comboniano padre Kizito Sesana, profondo conoscitore del Kenya, ha dichiarato che “la protesta dei giovani non scomparirà presto” e ha denunciato una classe politica “scollegata dalla realtà”.
Nella storia
Negli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, il Kenya era governato dal partito KANU. Il 7 luglio 1990, leader dell’opposizione come Kenneth Matiba, Charles Rubia e Raila Odinga (oggi incerto sostenitore del presidente William Ruto) organizzarono manifestazioni per chiedere riforme democratiche e l’introduzione del multipartitismo. Le proteste furono duramente represse dalla polizia, con arresti, torture e morti.

Tuttavia, segnarono un punto di svolta nella storia politica del Kenya. Le pressioni interne ed esterne portarono il governo a cedere. Nel 1991 fu reintrodotto il multipartitismo e nel 1992 si tennero le prime elezioni multipartitiche dal 1966. Il Saba Saba è ricordato come un giorno di resistenza popolare e di lotta per i diritti civili e politici ed è stato riscoperto da nuove generazioni di attivisti come un’occasione per protestare contro la corruzione, la disoccupazione giovanile, la brutalità della polizia e altre ingiustizie sociali.









