Il caffè del Kenya è rinomato a livello mondiale per la sua eccezionale qualità. Le piante, introdotte nel territorio tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, ora rappresentano uno degli asset agricoli più importanti e caratterizzanti del Paese. Il Kenya è appena fuori dalla top ten dei produttori dominata dal Brasile e che vede tra i Paesi guida anche Vietnam, Colombia e Indonesia. Leadership brasiliana a parte, gli altri posti in graduatoria sono suscettibili di variazioni legate all’andamento dei raccolti, fortemente influenzato dal clima.
Il Kenya esporta la maggior parte del suo raccolto, con una produzione annuale di circa 50.000 tonnellate, di tipo molto sofisticato.

Circa il 95% del prodotto è di tipo Arabica, coltivato su un’area totale di circa 120.000 ettari ad altitudini comprese tra 1.400 e 2.000 metri. Queste attività danno lavoro a circa 150mila kenioti.
Buoni sono i rapporti con le principali aziende italiane, con Lavazza e Illy in primo piano, impegnate a rendere sostenibile la filiera.
Si chiama Arabika, un’iniziativa congiunta tra Italia e Kenya per migliorare la filiera, coinvolgendo 21 cooperative di coltivatori e migliorando la qualità e la commercializzazione del prodotto.
Caffè dal sapore fruttato
Il prodotto keniota è noto per il suo sapore pieno e fruttato, con un’alta acidità che lo rende perfetto per i blend di alta qualità.
Il chicco – vale la pena ricordarlo – può essere coltivato solo nella “cintura del caffè”, ovvero nelle regioni tropicali di tutto il mondo, solitamente situate a un’altitudine compresa tra 1.000 e 2.000 metri.

Negli ultimi anni, il cambiamento climatico ha portato a una carenza delle scorte globali e a un aumento del prezzo a causa della siccità e dei fallimenti dei raccolti in diversi importanti paesi produttori.
Effetti del cambiamento climatico
Un’indagine condotta da Fairtrade International ha rilevato che il 93% dei coltivatori di caffè keniani sta già subendo gli effetti del cambiamento climatico.
Per proteggere il settore, i coltivatori di caffè di varie zone del Kenya – ha raccontato una indagine della BBC – stanno sperimentando tecniche di adattamento al clima, come la piantumazione di alberi per fornire maggiore ombra alle piante di caffè.
La coltivazione delle bacche richiede un tipo di lavoro che, dalla raccolta alla potatura, considerati diserbo, irrorazione, concimazione e trasporto dei prodotti, non è di facile conduzione.
Per gli agricoltori, inoltre, investire sul caffè rappresenta un investimento coraggioso, poiché possono volerci anche quattro anni prima di vedere i frutti.

Ma la vera minaccia che ora può mettere in crisi gli agricoltori che hanno puntato sul caffè sono gli effetti del cambiamento climatico. Il Kenya, ad esempio, nella scorsa primavera è stato colpito da una serie consecutiva di alluvioni. Ma anche da siccità.
Le piante di caffè sono estremamente sensibili alle piccole variazioni di temperatura e alle condizioni meteorologiche, hanno bisogno di un clima umido e abbondanti ma non estreme precipitazioni. Le temperature fredde e le piogge irregolari stanno avendo un impatto devastante sulle delicate piante di caffè, con la conseguente diminuzione registrata nell’ultimo anno (la produzione è scesa sotto le 50mila tonnellate).
Un nemico insidioso
Il cambiamento climatico sta intensificando anche la diffusione delle malattie nelle piante. Per far fronte alle crescenti epidemie, gli agricoltori ricorrono all’uso di erbicidi e insetticidi che, a lungo termine, possono danneggiare la qualità del terreno e comportare rischi per la salute.
A causa della mancanza di pioggia, inoltre, gli agricoltori sono costretti a utilizzare più acqua dei fiumi.
Ma questa crescente dipendenza dall’acqua del fiume, causata dalla mancanza di precipitazioni, potrebbe mettere ulteriormente a dura prova la già limitata riserva idrica.









