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Il rapimento dell’attivista tanzaniana Tsehai a Nairobi e le elezioni in Africa orientale

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In primo piano il caso di Maria Sarungi Tsehai. Oppositori sotto attacco in Africa orientale. A Nairobi come a Dar Es Saalam. La prospettiva – se pure su un diverso arco temporale- sono le elezioni presidenziali. In Kenya l’appuntamento è fissato per il 2027, ma è già partita la corsa a posizionarsi e riposizionarsi, con grandi sconvolgimenti del panorama politico tradizionale e inattese alleanze trasversali.

Il Parlamento della Tanzania, invece, noto come Bunge, si rinnova ogni cinque anni. Il prossimo appuntamento elettorale è previsto per ottobre e sotto esame sarà così per la prima volta l’operato della prima presidente donna, Samia Suluhu Hassan.

Ebbene, tra gli oppositori della Hassan c’è anche Maria Sarungi Tsehai, l’attivista al centro della cronaca politica keniota e africana per essere stata ‘rapita’ a Nairobi. Come tanti oppositori kenioti, del resto, negli ultimi mesi, specie a partire dalle manifestazioni della Gen Z contro l’aumento delle tasse voluto dal governo di William Ruto.

Tirannia in Tanzania secondo Tsehai

Negli ultimi mesi Tsehai aveva accusato il governo del suo Paese di volere riportare d’attualità la tirannia che era stata la cifra della gestione della Tanzania del precedente presidente. Tsehai aveva lasciato la Tanzania per il Kenya nel 2020, cercando asilo dopo aver affrontato minacce crescenti dal governo del defunto presidente John Magufuli.

In un podcast pubblicato di recente dalla testata keniota Nation, Tsehai ha spiegato in dettaglio cosa gli fosse accaduto nel Paese che ora la ospita. Ha raccontato cioè di essere stata rapita da uomini armati e rilasciata solo dopo diverse ore di un vero e proprio calvario.

Samia Suluhu Hassan e Maria Tsehai

Prima di produrre il contenuto audio per Nation, comunque, durante un’accorata conferenza stampa, l’attivista tanzaniana aveva raccontato di essere stata malmenata, strangolata e insultata da quattro aggressori sconosciuti che l’avevano costretta a salire su un veicolo a Nairobi.

I rapitori avevano cercato di accedere ai suoi social e ai contenuti nel suo desktop e nel suo smartphone prima di abbandonarla al buio su una strada periferica dissestata.

Tsehai è riuscita a contattare il marito tramite un computer portatile e poi a prenotare un taxi per tornare a casa. Ha attribuito la responsabilità dell’accaduto al governo della Tanzania, ma ha affermato di ritenere che i rapitori fossero sia kenioti che tanzaniani. E ha condiviso un video con i suoi 1,3 milioni di follower su X.

La preoccupazione degli oppositori kenioti, in questo momento, è che si saldi una sorta di alleanza del terrore tra le forze più e le entità antidemocratiche e retrive di Kenya e Tanzania.

Si teme, in particolare, che a un arretramento della democrazia in Kenya, si colleghi un rigurgito reazionario in Tanzania, dove è ancora fresco il ricordo del regime repressivo del defunto presidente John Magufuli. Sullo sfondo e decisivo, in Tanzania, è il clima più o meno libero in cui si giocherà la partita delle elezioni presidenziali che si terranno a ottobre.

Precedenti e contesto

 Tsehai negli ultimi mesi aveva espresso preoccupazione per la sua sicurezza, denunciando un episodio in particolare. Pochi giorni prima di essere rapita aveva saputo e poi verificato che due uomini non identificati erano stati visti cercarla a casa sua mentre era assente. Il tema, in Kenya, è anche la permeabilità del Paese a queste iniziative illegali dei ‘servizi’ e delle polizie speciali straniere.

L’anno scorso, il leader dell’opposizione ugandese, Kizza Besigye, era stato rapito a Nairobi, presumibilmente da funzionari della sicurezza ugandesi, e portato oltre confine per essere processato da una corte marziale.

Justin Muturi

La sensibilità sul tema è cresciuta molto nell’ultimo periodo. Come è noto, il Kenya è stato infatti colpito da un’ondata di sparizioni, ‘abduction’, che hanno riguardato in molti casi i giovanissimi oppositori della manifestazioni contro Ruto. Compreso il figlio del ministro Justin Muturi, Leslie, liberato solo dopo l’intervento diretto del presidente sul NIS. Lo stesso ministro in carica, senza per adesso pensare di dimettersi dal suo incarico, ha accusato il National Intelligence Service di essere colpevole della situazione.

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