La festa dell’8 marzo 2026 si celebra – in Italia, in Kenya, in Africa e nel mondo – in un momento in cui la guerra e l’escalation dei conflitti militari in più aree del pianeta mandano indietro l’orologio della storia. Dove c’è la guerra – in Ucraina come in Iran, in Sudan come Yemen, Mali, Burkina Faso, Niger, Somalia, Congo – la condizione delle donne arretra e diventa ulteriormente più fragile, svantaggiata ed estrema.

Il conflitto spalanca gli spazi dell’impunità, dissolve le strutture sociali e morali che proteggono i più vulnerabili, trasforma il corpo femminile in un territorio di conquista simbolica e brutale. L’umiliazione delle donne nelle zone di guerra non è, purtroppo, un effetto collaterale: è spesso un linguaggio del potere, un modo per colpire l’intera comunità attraverso chi la società riconosce come custode della vita. Si umilia non solo il corpo, ma la dignità, la voce, la capacità di autodeterminarsi.
8 Marzo nel buio dei conflitti globali
Eppure, dentro questo buio, la donna è spesso anche la prima forza che ricuce.
Mentre gli uomini combattono o cadono, sono le donne che tengono insieme ciò che resta: proteggono i figli, organizzano reti di aiuto, mantengono viva la memoria della comunità, trasformano la sofferenza in una forma di resistenza.

La guerra attacca la donna perché vuole mortificare l’umanità nel suo insieme. Senza giustizia e dignità per le donne, nessun conflitto termina davvero: resta solo sospeso, in attesa di riesplodere.
Diritti, giustizia, azione il focus delle Nazioni Unite
Rights. Justice. Action. For ALL Women and Girls è il tema definito da UN Women per la celebrazione globale 2026. L’obiettivo è colmare i divari legali che ancora discriminano le donne, rafforzare l’accesso alla giustizia, rendere effettivi i diritti delle donne e delle ragazze, abbattere le norme sociali e legali che perpetuano le disuguaglianze.

Accanto al tema ONU, la piattaforma internazionale InternationalWomensDay.com promuove la campagna globale Give To Gain, che incoraggia una cultura di generosità, collaborazione e sostegno reciproco. E quindi sollecita investimenti in istruzione, risorse, mentoring e leadership femminile. Con la consapevolezza che sostenere le donne non sottrae nulla agli altri, ma genera progresso collettivo.
Il ruolo di Alice for Children a fianco delle donne
In Kenya dal 2006, Alice for Children svolge il proprio ruolo umanitario e sviluppa il proprio progetto di emancipazione ‘From Slum To Job’ avendo come focus anche e proprio la difesa dei diritti delle donne keniote. Give to gain è così anche il tema che sarà in primo piano nelle nostre scuole di Claires l’8 marzo 2026, ma altri argomenti e chiavi di lettura sono in primo piano a Grapesyard e nelle altre aule e ambiti in cui la nostra associazione opera.

Tanti video e testimonianze, in particolare, sono programmati per enfatizzare la forza delle donne, specie quelle che sono riuscite a mantenere vive attività economiche anche in un contesto di disagio e difficoltà come quello tipico della baraccopoli ai margini della grande discarica di Dandora.

Le donne in Africa vedono spesso negati i propri diritti fondamentali. In molti contesti subiscono violenze sessuali e di genere. L’accesso all’istruzione è limitato e molte ad un certo punto sono costrette a lasciare la scuola per aiutare la famiglia. Anche quando le donne riescono a trovare lavoro, spesso si tratta di impieghi sottopagati e degradanti. L’accesso ai servizi sanitari è migliorato, ma rimangono problemi significativi legati alla salute materna e infantile. La mortalità materna è ancora alta, e molte donne non hanno accesso a cure prenatali adeguate.

E’ in questo contesto che Alice for Children svolge il proprio ruolo umanitario e sviluppa il proprio progetto di emancipazione ‘From Slum To Job’. Il percorso di formazione, che va dall’asilo di Alice Village, fino alle scuole di specializzazione nel digitale (Alice Digital Academy) e nella cucina italiana (AIFA), passando per il sostegno nelle primarie e nelle secondarie, è forse per le ragazze ancora più importante che per i maschi. Un intervento che è ancora più delicato antropologicamente in quelle realtà, come a Rombo, in cui le bambine e le donne da sostenere sono quelle della comunità Maasai.

L’aspetto della discriminazione ‘culturale’ è un tema formativo essenziale ad ogni grado delle nostre scuole, specie nei corsi di civic education.
E poi tra i propri interventi proattivi, Alice for Children scende in campo contro la ‘period poverty’. Le condizioni economiche impediscono a molte di accedere a prodotti igienici adeguati durante il ciclo mestruale: la nostra associazione distribuisce assorbenti gratuiti alle ragazze che frequentano le scuole e ha dotato le strutture di contenitori per lo smaltimento degli assorbenti.
L’autostima, la difesa personale, sono altri aspetti essenziali. Le arti marziali, i corsi di autodifesa e taekwondo, l’iniziativa di Alice for Children sul calcio femminile (in collaborazione con la Fondazione Milan e nell’alveo del progetto ‘Sport for Change’) sono fondamentali momenti di empowerment.
Le radici della festa
La storia racconta che nel 1910 a Copenaghen fu l’attivista politica tedesca Clara Zetkin, socialista, a proporre l’istituzione di una giornata internazionale. Nel 1911, la Giornata Internazionale della Donna fu celebrata per la prima volta in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera. Solo nel 1977, comunque, che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente riconosciuto l’8 marzo come la data di questa celebrazione. La mimosa fu scelta come simbolo della giornata nel 1946, poiché è un fiore economico e fiorisce proprio intorno alla fine di febbraio e agli inizi di marzo. Le mimose rappresentano la vicinanza e la solidarietà tra le donne









