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Tolleranza zero mutilazioni genitali femminili. Giornata mondiale per sottolinearlo

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Tolleranza zero contro le ‘MGF‘. Istituita dalle Nazioni Unite nel 2023, la Giornata Internazionale contro le Mutilazioni Genitali Femminili si celebra ogni anno il 6 febbraio.

La data è stata scelta perchè coincide con quella del bellissimo discorso tenuto ad Addis Abeba da Stella Obasanjo, first lady del Nigeria, durante un’apposita conferenza panafricana incentrata proprio sulle pratiche tradizionali che attentano alla salute fisica e mentale delle donne in Africa.

La mutilazione genitale femminile – in era di globalizzazione – non riguarda solo quel continente. L’epicentro di questa tragedia sociale e culturale riguarda ancora molto direttamente almeno una trentina di Paesi africani e del Medio Oriente.

Ma altre peculiari tradizioni e i fenomeni migratori, sempre più spinti e allargati (e spesso non corroborati da una vera integrazione e, piuttosto, avvelenati da una montante ghettizzazione e arcaicizzazione dei legami di comunità) hanno allargato il footprint di questa problematica anche all’America, l’Europa, l’Australia e la Nuova Zelanda.

Mutilazioni genitali, come una vera schiavitù

Salute, dignità, uguaglianza. Ma anche libertà dalla arretratezza culturale e sociale che è alla base dell’MGF (l’acronimo che sta per mutilazione genitale femminile). Questa giornata è stata istituita per sensibilizzare l’opinione pubblica, promuovere l’educazione sui diritti umani delle donne e delle bambine, incoraggiare l’adozione di misure legali e politiche per eliminarla.

Così il 6 febbraio per molte associazioni, istituzioni, network di comunicazione – oltre che è un’occasione per sensibilizzare alla ‘tolleranza zero’ sulla MGF – è pure un’opportunità per verificare a che punto è il processo.

In cosa consiste la MGF? Ne esistono vari tipi. La clitoridectomia coincide con la rimozione parziale o totale del clitoride. L’escissione, invece, consiste nella rimozione parziale o totale del clitoride e delle piccole labbra, con o senza l’asportazione delle grandi labbra. Ma una mutilazione deriva anche dall’infibulazione, ovverosia dal restringimento dell’apertura vaginale mediante il taglio e la riposizione delle labbra interne o esterne, con o senza la rimozione del clitoride. Sono varianti e pratiche meno seguite, ma ugualmente assurde, la perforazione, incisione, graffiatura o cauterizzazione degli organi genitali femminili.

Il ruolo dell’UNFPA

Nessuna religione richiede, suggerisce o valorizza l’MDF. Ma nondimeno sono spesso motivazioni di tipo culturale o religioso che portano a questa pratica. In prima linea a contrastare il fenomeno, tra le varie organizzazioni internazionali e nazionali c’è l’UNFPA, ovverosia il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione.

L’UNFPA, oltre che su problematiche a più ampio spettro, lavora a stretto contatto con governi, comunità e organizzazioni proprio per prevenire e fornire supporto alle vittime di mutilazioni genitali femminili. Inoltre, collabora con altre agenzie delle Nazioni Unite, come l’UNICEF e l’ONU Donne, per promuovere cambiamenti legali e sociali volti a garantire la protezione delle donne e delle bambine.

Si stima che più di 230 milioni di ragazze e donne in tutto il mondo siano state vittime di una qualche forma di mutilazione genitale femminile. La pratica è in declino, ma questo non basta a scongiurare un aumento dei casi, visto che la diffusione rimane comunque alta nei Paesi a più alto indice di crescita demografica. L’UNFPA stima che 68 milioni di ragazze siano a rischio di mutilazione il 2015 e il 2030.

L’UNFPA lavora pure per mobilitare gli operatori sanitari, ostetriche comprese, a resistere alle pressioni sociali per eseguire le mutilazioni genitali femminili.

Nel 2008, l’UNFPA e l’UNICEF hanno istituito un programma congiunto, che ora è giunto alla sua quarta fase di attuazione, che va dal 2022 al 2030. Quasi 45 milioni di persone in più di 34.659 comunità in 15 paesi con un’alta prevalenza di mutilazioni genitali femminili hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche a favore dell’abbandono della pratica. Il programma congiunto ha aiutato 17 governi a organizzare meccanismi di risposta a livello nazionale. Grazie a forti iniziative di capacity building, ad oggi sono stati registrati 1.574 casi di azioni legali.

L’UNFPA sta anche aiutando a rafforzare i servizi sanitari per prevenire le mutilazioni genitali femminili e trattare le complicazioni che possono causare. E collabora con le organizzazioni della società civile attive in sessioni di formazione e dialogo.

Con il sostegno dell’UNFPA e dei suoi partner, tra cui comunità, attivisti, gruppi femministi, leader religiosi, personale medico, governi, legislatori e organizzazioni comunitarie, molti paesi (tra cui Egitto, Nigeria, Sudan e Gambia) hanno approvato leggi che vietano le mutilazioni genitali femminili e hanno sviluppato politiche nazionali per la loro eradicazione.

Prevenzione, mediatori culturali, supporto medico

Porre fine alle mutilazioni genitali femminili – l’obiettivo è di farlo entro il 2030 – richiede sforzi coordinati e sistematici che coinvolgano le comunità nel loro insieme e si concentrino sui diritti umani e sull’uguaglianza di genere.

Le analisi più aggiornate del fenomeno dicono che bisogna lavorare sulle comunità più a rischio con azioni di prevenzione, ma anche fornire supporto alle vittime attraverso servizi sanitari e psicologici. Considerata la forza dei fenomeni migratori e l’inevitabile impreparazione di alcuni dei contesti di accoglienza, bisogna migliorare la formazione degli operatori sanitari per riconoscere e trattare adeguatamente le vittime di MGF già nei livelli essenziali e primari di assistenza. L’uso di mediatori culturali, la consapevolezza della cronicità di alcune patologie collegate sono aspetti essenziale per fronteggiare l’MGF.

Guarire le comunità

In tutte le società in cui vengono praticate, le mutilazioni genitali femminili sono la manifestazione di una disuguaglianza di genere profondamente radicata. In alcune società, ad esempio, è considerato un rituale di iniziazione; in altri, è un requisito per il matrimonio. Le persone che rifiutano questa pratica possono essere condannate o ostracizzate, e le loro figlie sono spesso ritenute inadatte al matrimonio.

Le mutilazioni ai genitali possono essere considerate perfino un elemento identitario, e quindi può essere difficile per le famiglie scegliere di non sottoporre le proprie figlie a questa pratica dannosa. L’abbandono collettivo, in cui un’intera comunità decide di smettere di partecipare alle mutilazioni genitali femminili, è un modo efficace per porre fine a questa pratica e garantisce che nessuna ragazza o famiglia sia danneggiata dalla decisione. Così molti esperti ritengono che le mutilazioni genitali femminili possano essere sradicate soprattutto attraverso l’abbandono collettivo.

Un evento di Alice for Children. La consapevolezza dei propri diritti è un elemento della formazione della bambine

Questa decisione richiede l’apertura di un processo in cui le comunità ricevano una formazione profonda sul tema e, successivamente, discutano, riflettano e raggiungano un consenso. Quando le comunità decidono di abbandonare la pratica, spesso si impegnano collettivamente e pubblicamente, funzionando da modello per altre.

La situazione in Kenya, l’attività di Alice for Children

In Kenya, l’MGF continua a rappresentare una sfida significativa. Nonostante il divieto legale e gli sforzi per combattere questa pratica, le mutilazioni sono ancora praticate in molte comunità.

L’obiettivo del Kenya è quello di eliminarle completamente entro il 2030. E in armonia con questa sfida si muove Alice for Children. In Kenya dal 2006, attiva con orfanotrofi, scuole, corsi di specializzazione e il percorso di formazione ‘From Slum To Job‘ in alcune delle zone più delicate socialmente del Paese, l’associazione assiste, anche sotto il profilo sanitario, migliaia di bambine e famiglie che vivono vicino alle discariche di Dandora e Korogocho. 

Questo può accadere grazie ad una naturale integrazione nella trama sociale e in virtù del consolidato rapporto con le principali strutture ospedaliere di Nairobi, come il Neema Hospital. Un ruolo reso possibile anche dalle singole persone e dai vari supporter di questo lungo e consolidato impegno sul campo.

Per innescare un cambiamento in grado di difendere i diritti delle bambine più vulnerabili e cambiare le loro vite, sono state messe in campo diverse iniziative. Mediante un corso di educazione sessuale, ad esempio, si diffonde la consapevolezza su temi fondamentali come la maniera di evitare le malattie sessualmente trasmissibili, la lotta alla violenza di genere e quella contro lo stigma legato al ciclo mestruale. E una bella prospettiva di parità, libertà da violenze e pregiudizi è quella che sottende, ad esempio, il progetto My Dream, nel contesto dell’iniziativa ‘Sport for Change’ della Fondazione Milan. In pista dal 2022, coinvolge oltre 130 ragazze dai 10 ai 18 anni, nel primo campionato di calcio per le ragazze delle baraccopoli di Nairobi.

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