Fermando USAID, Donald Trump mostra che non vuole bene all’Africa e non ama particolarmente nemmeno il Kenya. Il repentino stop ai finanziamenti destinati al supporto di una serie di cause nobili in giro per il pianeta, veicolato dall’apposita agenzia statunitense (USAID) rischia di fare molti danni in tutto il grande continente africano. Non sfugge alla regola anche Nairobi, nonostante il presidente William Ruto abbia per tempo cercato di posizionarsi tra i sostenitori del nuovo corso della Casa Bianca.
Nel 2024 USAID aveva stanziato per il Kenya ben 84,1 miliardi di KES (circa 63,5 milioni di euro) distribuiti a 232 organizzazioni nel 2024.
A fare uno screening molto preciso di tutte le attività sostenute e dei relativi finanziamenti – pubblicando una tabella quasi completa, è stato Business Radar (businessradar.co.ke), un sito web di notizie economiche con un focus sul Kenya in particolare e l’Africa nel mirino più in generale. Emerge che a soffrire di più l’assenza dei fondi Usa, ma anche della infrastruttura che ne organizzava e gestiva la somministrazione.

In termini di settori sono soprattutto la sanità – con la lotta all’Aids e all’HIV in primo piano, ma non solo – e poi altri settori chiave come l’agricoltura, l’istruzione, gli aiuti umanitari in senso più generale, con fondi destinati a ONG locali e internazionali, agenzie governative, aziende private e organizzazioni per lo sviluppo. Anche in loco una parte dei dipendenti è stata messa in congedo forzato e diversi collaboratori dell’agenzia sono stati licenziati con pochissimo preavviso. Senza contare gli effetti indotti sulla occupazione, derivanti dalla improvvisa carenza di supporto che si registra in tutte le realtà che ricevevano l’aiuto di USAID.
Effetto domino
L’amministrazione Trump ha chiarito che le iniziative per combattere direttamente la diffusione dell’HIV/AIDS rimarranno in piedi, ma in ogni caso molti hub che si occupavano di altro, impegnate su un fronte che andava oltre la prevenzione e il sostegno alle persone con l’HIV sono stati costretti a chiudere.
Associated Press ha indicato come già esistano emergenze di questo tipo in Etiopia, nella Repubblica del Congo, in Mali. La via che si sta monitorando è quella che considera la possibilità che siano l’Europa e la Cina, ad esempio, a sostituirsi all’azione americana.
Un altro aspetto della attività di USAID che è preziosa per la società africana è quella mirata ad azioni e finanziamenti improntati alla salvaguardia della democrazia. USAID, infatti, si è occupata anche di supportare l’informazione libera nei Paesi autoritari.
Tornando al Kenya, la chiusura di USAID, secondo fonti accreditate, può mettere in discussione una filiera di assistenza che conta fin qui su 40.000 persone tra quelle impiegate direttamente e indirettamente nei progetti.

Esemplari i casi di un’organizzazione che a Nairobi curava 1.400 pazienti con HIV e ha dovuto sospendere i trattamenti a causa della mancanza di fondi. Anche le cliniche per la comunità LGBTQ+ a Kisumu, che fornivano educazione sulla sicurezza sessuale e servizi sanitari, sono state gravemente colpite. Difficoltà esistono anche nei campi profughi di Dadaab e Kakuma, dove USAID forniva supporto vitale per la distribuzione di cibo, vaccinazioni e cure mediche.
Il dramma dei campi profughi
I campi profughi di Dadaab e Kakuma si trovano in Kenya. Situato nella contea di Garissa, a circa 80 km dal confine somalo, Dadaab è uno dei campi profughi più grandi al mondo. È composto da cinque campi principali: Ifo, Dagahaley, Hagadera, Kambios e Ifo22. Dadaab ospita principalmente rifugiati somali fuggiti dalla guerra civile. Situato nel nord del Kenya, vicino al confine con il Sudan del Sud, Kakuma ospita rifugiati provenienti dal Sud Sudan e da altre regioni in conflitto. È uno dei principali campi profughi del paese e conta circa 200.000 residenti1.
Questi campi sono gestiti dall’UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e varie organizzazioni umanitarie forniscono supporto vitale ai residenti
Per Alice for Children scatta una situazione di allarme
“Senza questa presenza fattiva e pragmatica presenza di USAID in Kenya si rischia un ritorno indietro” ha commentato Valentina Cislacchi, direttrice di Alice for Children, al ritorno dal viaggio fatto in Kenya per verificare anche questa nuova possibile criticità. “Siamo molto preoccupati per la piega che la situazione potrebbe prendere. Sarebbe veramente un vero peccato perché nel corso di questi anni grazie anche ad USAID si sono fatti giganteschi passi avanti su questo fronte del contenimento dell’HIV e dell’Aids. Ma siamo pronti – ha concluso Valentina – ad affrontare anche una eventuale emergenza di questo tipo.”

Il contesto di interventi è quello del progetto Alice for Health, con cui viene assicurata, assieme alla formazione scolastica, anche assistenza sanitaria ai bambini delle baraccopoli di Nairobi. Funziona l’accordo quadro stipulato con ospedali locali come il Neema Hospital, il Brother Andre Hospital e il Kikuyu Hospital.
Un’infermiera qualificata segue da vicino i bambini delle scuole e degli orfanotrofi e due smart clinic e servizi di telemedicina assicurano un intervento rapido. Ai bambini affetti da malattie croniche come l’HIV e l’anemia falciforme, è assicurata una dieta alimentare specifica, fornendo frutta, verdura e cibo non deperibile.









